lunedì, 21 aprile 2008

CoLLapse







"Ho visto una città poggiata su colonne subacquee, con la musica che sfrecciava sull'onda di correnti sommerse e che vibrando a sincrono con le piogge battenti portava a fondo l'umanità intera.
Atlantidi, scuri in volto, la ribellione era la forma di conformismo più consueta.
Risuonavano di melodie apocalittiche e sbattevano la testa in terra per non ascoltarle più.

Guardavano una delle meraviglie del mondo andare giù. Andava giù e lo sapevano. E se era un loro errore a nessuno importava, poco davvero importava.


Chiedevano perdono e si uccidevano tra loro, pregavano ogni notte e supplicavano di restare in vita ogni giorno. Si decerebravano, stanchi di ossigeno sporco e si facevano di surrogati, vapori fumosi che criptavano l'essere umano per non farlo ritrovare più.

Ho visto luci che cadevano e si fondevano con le terre, scivolando nel freddo, impedendo all'ombra di avere il suo trionfo e coprendosi la testa col buio per non dimenticare quanto si fosse stati lontani.
Cadevano le luci sulla terra. Cadevano ed erano uno spettacolo.
Volevano sentirsi bene nel più freddo momento del giorno e si sarebbero fermati se avessero voluto restare.
Cadevano le luci e cadevano nella terra con un fragore onnipotente. Cadevano e il silenzio si sollevava. Cadevano e più nessuno restava."




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venerdì, 11 aprile 2008




Ciuf ciuf ed il mio cervello se ne va


Margherita Dolcevita diceva, confessandolo di soppiatto, il treno mi erotizza. Lo diceva perché pensava che, lì, avrebbe incontrato il suo grande amore.

“Immaginavo che da un momento all'altro sarebbe entrato nello scompartimento. Come sarebbe stato? Un giovane rivoluzionario come il Che del poster? Un bruttino intellettuale e dolcemente triste come il cantante dei Radiohead? Una lesbica nera vestita da Batgirl? Il mio adorato Hannibal? Oppure il controllore più sexy del mondo?” .

Io, di sicuro, dei controllori ho ben pochi bei ricordi. Quello più simpatico mi disse “in fondo a destra”. Però alla fine non era nemmeno così simpatico perché era pure l’unico cesso fuori servizio. E non lui. Lui era un cesso come si deve, proprio.
Raccontavo al Filosofo che storie appassionanti, nei miei viaggi, spuntavano da ogni dove. Che fosse Bologna o Vibo Valentia ognuno c’aveva sempre qualcosa da dire. Che io volessi dormire, leggere, ascoltare il lettore mp3 ultima generazione x per x mega mix, loro c’avevano sempre di che blaterare. Perché io non so dire di no. È quello il problema di fondo, che si ripercuote sulla mia persona e ogni tanto anche sulla mia dignità. Ed il fragore è sempre dannatamente eccessivo.
E poi sui treni una volta c’erano i maniaci. E Nonna, difatti, già si premurava di chi mi accompagnasse, ma io, fiera, le ho sbattuto in faccia il mio orgoglio battagliero lanciandomi in una prosopopea da suffragetta dell’ultim’ora.
E poi c’erano anche gli Orient Express che erano quei treni dove si facevano i Murder Party, ma col morto vero. Di quelli che ci potevi giocare comodamente a poker quando ti mancava il quarto. Ottimi partner, una strategia tutta loro, ma atteggiamento di classe ed indecifrabile. Astutissimi.
Beh, insomma, speriamo che ce la si cavi anche questa volta. In caso di deragliamento, questo blog non verrà aggiornato.
Io vado a fare incetta di baci perugina, pronta poi a disperderli al mio ritorno soffiandoli via dal palmo della mano.

Speriamo di trascendere dalla parte giusta del treno. L’immanenza mi spaventa sempre un po’.





Ps: ah, cari, guardate che si vota. Io voglio fare la snob, quella blog-anti-tutto, pure anti-me, ma loro che invece ci piacciono un sacco li segnaliamo perché usano garbo, buon senso e ironia.
Io forse voterò per loro: Rearwindow e Conte Nebbia

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sabato, 15 marzo 2008

Ti alzi una mattina.


Ecco. Accade così. Ti alzi una qualsiasi mattina, ignara, e succede. Inaspettatamente, succede.


Ti alzi una mattina, una qualsiasi, di un mese infognato tra ultime nebbiche notti invernali e colonia francese che sa di fiori e poi – bam.
Come dice M. “Porcoggiuda, è primavera”.


Ci sono i fiori rossi, gialli, e pure blu.
D’altronde la parcondicio non è uno scherzo. Siamo democratici? E facciamo i democratici, per giove.

C’è il sole. E il mio colorito “made in obitorio” da far un baffo a Casper, si dà alla macchia.

Gli ormoni si risvegliano e si rincorrono in un’affaccendata maratona dal sapore un po’ retrò, musicata dalla colonna sonora di ... “Scusa ma ti chiamo amore”.
Che poi “Scusa, ma ti chiamo amore solo perché non mi ricordo giappiù il tuo nome”.


Leppisodio, un sacco sodio e poco happy.






Poi ti alzi un'altra mattina. Fu quella, devastante, in cui
ebbi modo di intervistare il mittico Federico “giovane un sacco” Moccia.
Ero più che una pischella e corrette informazioni mi avevano reguardito dal porre occhio solingo su scritto mocciano. E tutt’al più sulla di lui persona. Ma il lavoro è lavoro e allora se la domanda gliela devi appoggiare, gliela appoggi.


Domanda random, sita lungo i corridoi de la “Fiera del libro 2006”, veniva posta da gallettante Giolee tra un personaggio famoso e l’altro.
Capitare, cielo non volesse, sotto le sue grinfie di fresca manicure fu un po’ come martirizzare la coscienza di studentessa speranzosa e innamorata della vita che avevo in tasca, insieme alle cingomme al gusto ”cinnamon”.



G. Buongiorno.

F.M. Buongiorno.

Ha due minuti per una domanda veloce veloce?

Chi siete e cosa volete?

Bla bla bla. [Nota che mi perdo in bla per non annoiare.]

Ah bene, dimmi pure, bella.

Premettendo che… bla bla bla… lei crede che il suo libro sia stato galeotto per qualcuno?

Beh, galeotto.

[Giolee pensiero] Non sa cosa vuol dire?

Galeotto sì.

Non lo sa.

Vedi, bella,

Mi sta intortando col suo fare burino con stile.

Molti giovani innamorati regalano il mio libro “Ho voglia di te” alle ragazze per fare colpo.

Sì, ma che colpo? Zozzoni.

È una cosa molto carina.

Cetto cetto.

E poi nascono amori nuovi, grazie alla lettura.

Gente con alti ideali, sì.

Io comunque sono per l’amore, quello vero.

Oddio, l'ammore.

Con la A maiuscola.

Megalomane.

Galeotto sì. Perché si riconoscono nei miei personaggi, in Bebi...

Quella di Dirty Dancing?

O in Step.

Quello sulla quale si allenava Bebi di Dirty Dancing?

E poi beh, che vuoi che ti dica,

Nulla, risparmiami.
 
Io,

E continua.

Io,

Eh...

Io spero sempre che...

Forse andrò di harakiri.

Che queste storie che nascono grazie ai miei libri..

Sìììììì?

Stiano sempre...

Oddio no.

Sempre....

Non dirlo, per polluce.

Tre metri sopra il cielo!!

Bum.


Da quel giorno vago come un’anima in pena per avergli permesso di sbeffeggiare il mio essere innocente ed oltremodo giovane. Nel senso che ora sono un mix nitroglicerico alla Barbara Bouchet, con il senso dell'umorismo di Jane Fonda, il carisma di Margherita Hack e la U di uacca di Martufello.

Ma la speranza è l'ultima a morire.

...Sempre che non l'ammazzi prima Moccia.




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lunedì, 11 febbraio 2008

Have a nice drop n°1




Mai iniziare una storia senza un personaggio d’effetto.


Trarre ispirazione dal vero può essere una sorta di tagliacarte affilato: permette con facilità di sviscerare il contenuto di una busta che a furia di aspettare sul comò s’è inzuppata di polvere. Più complesso, invece, elaborare caratteri con la sola fantasia dispostaci geneticamente e sviluppatasi in questo andirivieni asmatico detto vita, senza l’ausilio di stupefacenti o di percentuali da coma etilico.

Così ho ben pensato di lasciar perdere le storie. Troppo complicate. Meglio i pensierini.

Ho conosciuto un tizio che parlava per brevi frasi, citazioni o aforismi. La cosa all’inizio mi aveva fatto ridere perché io non avevo mai incontrato nessuno che parlasse così, senza troppe pretese, con la convinzione che si potesse costruire una conversazione da stralci di pensieri. Le parole mantecate chissà per quanto tempo nella testa, solo a composizione sublime raggiunta, venivano ripescate, guizzando fuori dalla sua bocca e ossidandosi a contatto con l’atmosfera.
Sapeva parlare, quel tizio. E si poteva avere la netta percezione di assistere ad un momento catartico per il mondo intero quando proferiva verbo.

Qualcuno mi consigliò di non frequentarlo più, che il fantomatico mi avrebbe contagiato nel tentativo di limare le conversazioni al minimo in modo che le parole, quelle opportune, si facessero uniche portavoce di un pensiero aggraziato e non confuso o abbellito a sproposito.
Ma poi si sa come vanno queste cose. Ci si perde di vista, quel viso perde i margini e anche la voce si affievolisce, per quanto rimbombi da anni nelle orecchie. Ci si dimentica, infine.

Oggi riportate in una boccetta, le gocce del Signor Chichibiro si calibrano sull’unghia e si disperdono sotto la lingua dopo averla titillata.
Si consiglia l’assunzione amalgamata a una dose di poco buon senso, senza troppe pretese e con vedute ben allargate, ogni volta che è necessario e previa prescrizione della sottoscritta.





Goccia n°1.
Futuro? Il futuro si fa ben memori del passato. Niente uomini in nero a caccia di alieni, niente cervelli in vasche da bagno che governano il mondo (le vasche da bagno), né predatori in gemito cosmico usurpatori di galattici silenzi. Non ho la disponibilità mentale per elucubrare a tal proposito.
Il futuro non lo vedo, ma ne sento l’odore. Potrei aver dimenticato la nonna sul gas.

Goccia n°2.
Aver pensato di non aver sbagliato. Ecco, allora, dove stava lo sbaglio.

Goccia n°3.
L’abitudine è qualcosa di cui bisognerebbe quotidianamente disfarsi.

Goccia n°4.
Sesso, premi e convinzioni. Basta poco per darsi un tono.

Goccia n°5.
Ho bisogno di infinito in quanto tale. Di quella sua capacità di farti sentire vivo quando avresti tutte le motivazioni per pensarti morto.

Goccia n°6.
Sono attratta dal migliorarsi, dal soddisfare il proprio bisogno di elevarsi spiritualmente, intellettualmente e potessi anche fisicamente.



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martedì, 05 febbraio 2008


Sleepy Hollow, ovvero il sonno della ragione






Il vuoto post-proclamazione si impossessa a spintoni del giubilare bagliore della votazione. Ma a strattoni, molestato dalla mia persona, si dilegua con fare imbronciato. Fatti più in là. Là. Là.

Ho sempre avuto una quantità spropositata di parole da esprimere, io. E non che l’abbia sempre fatto. Alle volte per pudore, alle volte per imbarazzo, alle volte perchè se dicono che il silenzio è d’oro ci sarà un motivo.


Sa, pensai di essere finita, quel giorno. Finita come libera pensatrice, intendo. Concentrare in qualche decina di ore tutti i termini più adatti a poggiare un senso su una tesi di semiotica, mi creò uno scompenso emotivo non di meno indifferente nei confronti della scrittura. Indifferente nel senso che ero diventata fredda, distaccata, disinteressata, menefreghista, insensibile, noncurante, impassibile, estranea, apatica.
L’imperturbabilità, ecco, è l’imperturbabilità che frega. Perché siamo fatti per essere turbati eppure non godiamo mai appieno di questa capacità. La trasformiamo in possibilità, privandocene, dandocela a gambe per lo più, perché a mettersi in gioco son dolori. E i dolori, mi scusi per l’eufemismo, ma san essere gran mazzate.

Cosa ho imparato oggi? Oggi ho scoperto una grande verità: una delle fortune più che immense delle donne è poter mettere i tacchi alti. Poter guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Tutto il resto è fuffa, a ben pensarci, anche se l’aria lassù, devo ammettere, era parecchio rarefatta.







C’ho perso la testa. È rotolata con un’espressione burtoniana dipinta tra lo sguardo e le narici. Il ghigno era di chi l’aveva scampata ancora una volta. E poi dico solo 100.
Grazie Aquila di Ligonchio per aver fatto il tifo per me.


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sabato, 17 novembre 2007

Sapresti dargli un titolo?


Quando ero piccola, ma non abbastanza per iniziare già a sparare boiate colossali, mi misi ad insegnare a nuotare ad una bimba terrorizzata dall’acqua. Le raccontavo che l’acqua era dominio di un re poseidonico che ai bambini buoni dava una spinta per tenerli a galla. Che lei non sarebbe andata giù se si fosse fatta semplicemente sospingere. Lei c’ha creduto perché quando si è piccoli bocia ci si fida degli altri. E se ti dicono che se sei buono non vai giù, tu ci credi.


La boiata non stava tanto nel discriminare i bambini cattivi, quanto nel dare troppa fiducia ad un re che di magnanimo non c’aveva nulla.
Così ti trovi a pochi giorni dai tuoi 23 anni e ti chiedi perché lui, che non ne spegnerà 23, sia andato giù e preghi, tu che non preghi mai, che non fosse troppo buio.


Gonzalo Aguilar è un nome che rimbomberà nella mia testa per associazioni, per collegamenti neuronali, guardando una penna o una sveglia digitale. Lui che di sveglie da impacchettare me ne portava a decine, perché quelle le sapeva vendere proprio bene.
Si spostava la ciocca di capelli neri dagli occhi e sorrideva un po’ strafottente, conscio che bello lo era, ma con quel tipo di garbo che non ti rodeva affatto.
Era bello e sorrideva, lo trovo così in un cassetto.
Poi immagini la pena. La mamma, i fratelli, gli amici. Quelli che della musica vogliono fare un sfondo all’assenza, perché la pace non si trova così, ma la musica lega tutti e allora stiamo insieme, che siamo più forti.


Dirò “è morto” perché la mia professoressa d’italiano diceva che non si usa questa parola.
"Si dice: è mancato, è dipartito, non c'è più".

E’  troppo audace, diceva.
Perché non sappiamo figurarcela, la morte, perché ne abbiamo una fottutissima paura.

E io, perdio, se ce l’ho. Ma oggi me ne sbatto.
Perché lui è andato e non mi va,
perché lui è andato e non mi era mai successo,
perché lui è andato e non torna, capisci??
Ma a tratti resta. Nella testa, e rimbomba.


Stasera sono sciolta e già vorrei ricompormi. Stasera ti penso e ti lascio qui. Dentro.

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martedì, 13 novembre 2007



Trovami un capo e poi una coda.


 

 
Ti spiego. Sono d’istante.

I problemi nella vita sono altri e lo so e lo sai tu.
C’era la mamma di quella bambina che una volta mi ha detto: “ Io il tg non lo guardo più ” che è discutibile, ma, anche io, almeno una volta l’ho pensato.
Trasmettere le notizie più tragiche all’ora di pranzo e cena dev’essere parte del piano del Ministro della salute per sconfiggere l’obesità del popolo italiano.
Ho sempre creduto che il mondo sia come noi lo facciamo sa molto di Doris Schwartz e probabilmente Jodie Foster, nel celebrare l’apoteosi dell’idealismo con questa frase, un po’ si ispirò anche a lei. Però anche io c’ho sempre creduto, nonostante mi sia persa un sacco di balletti Coco & Leroy.

Stavo di certo sognando quando, l’altra notte, zampettando, mi si avvicina un pinguino e con fermezza, come se poi quello fosse proprio il suo mestiere, gira un cartello, stretto tra le pinne che sanno di acqua e ghiaccio e limonata, con scritto dis laif is a disaster.
Dico, pure i pinguini.
Se anche un mammifero sfenisciforme mi lamenta questa circostanza, la cosa si fa per lo più preoccupante.
Così ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Poi è passato un tram, m’ha scacciato questo fugace e sagace pulviscolo di pensiero dalla testa e sono tornata a costruire castelli di pongo arancione.
Poi mentre quintali di pongo cadevano mossi dal vento degli ultimi giorni, ho pensato ad altro, ed ho rimembrato che per quanto piccoli, ognuno c’ha i suoi guai.

Sei giovane, baby. È naturale che ti faccia male. Ma con il passare del tempo queste cose saranno sempre meno importanti. A 20 anni brucia da far male, a 40 anni brucia solo un pochettino e a 50 non lo senti più.

Si sente odore di parafrasi perché se davvero l’avesse scritta così, Bukowski,
avrebbe anche
puntualizzato che a 50 non lo senti più perché sei di colpo schiattato per l’esplosione di un fegato,  ormai appendice sganghera di un corpo assoldato dal vizio.
Ma ben ci sta come pensiero, giacchè  a ventanni, sì, l’orgoglio sa corroderti come una bistecca nella Coca Cola; a quaranta sei sopraffatto dalla decina mucciniana precedente che di frutti ne dà a dovere e c’ho le prove, come diceva Libero quando denigrava la Telecom ( o era un altro?); a cinquanta lo spalmi di creme antirughe botuliniche per non far trasparire e traspirare le rughe che c’hai dentro.

Girerà tutto nel verso giusto il giorno in cui i puffi obbligheranno Gargamella a rifarsi le sopracciglia e io andrò di fratta in fratta or congiunta or disciolta chi sa dove, chi sa dove!

E, come disse poi ripetutamente il primo creatore di caramelle, bon.

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venerdì, 19 ottobre 2007




Tu li trovi,
se stronzi è una conseguenza dello spazio che gli lasci.



Così diceva un grande saggio, che era meglio non far arrabbiare, perché si sa i saggi sono saggi anche sulle migliori tecniche per dare morti lente e dolorose. E ahio.

Non so se sia vero, ma in una certa misura sì.
Insomma, fin da piccoli ci inculcano in testa quella grande verità che è “ dagli un dito e si prenderanno il braccio(che il mio consanguineo, dal dorsale ormai di sommo buongusto, tradurrebbe con “ ti chini a raccogliergli qualcosa da terra e… ohp”), e dicevo, te lo inculcano e tu non ne capisci il significato.
Poi cresci e, da lì, ogni giorno diventa uno sproloquio su quanto era bello essere piccoli con i peli sul culo a batuffoli.



Scopri che la mamma ha fatto una torta e se la sono sbaffati tutti a cena, per quell’unica volta che tu mangiavi fuori.

Noti come la tua vecchia amica recentemente rifattasi viva sia stata presente giusto il tempo di sgropparsi il tuo essere dal dorso e risotterrarsi sotto i sui mille impegni da zombie.

Desideri un muro ogni qualvolta i tuoi amici ti domandano come procede la tesi.

Desideri un bazooka ogni qualvolta dei non-amici ti chiedono come va con lui, quando lo sanno bene “che”, ma ci godono e lasciamoli godere, che non possono farlo in altro modo.

Ti ci eri affezionata e ti dice “sono incazzata con te da mesi, ma adesso proverò a vivere la questione diversamente” e tu per non creare disguidi lasci perdere un po’ lei e un po’ di più lui, ma ti mancano.

Capisci che non va perché se la prossima volta ti tira più vicino a sé dovrai correre parecchio, ma le gambe sono corte, questo è appurato.

Quando esci con qualcuno che si tiene sempre aperta la porta sul passato e appena può, tra un nettare divino e un incidente, la varca in contromano.

Sei troppo innamorata di quello sbagliato per prenderti di quello che pare più giusto. Poi, quando puoi, quello gira l’angolo e puff.

Ti hanno paccato 5 volte in due giorni. Vedeste che bel fiochetto.

Hai provato a chattare, per la prima volta in vita tua, con due sconosciuti, per sfatare il mito del maniaco sessuale posto ad ogni angolo delle comunità virtuale, e il primo ti ha chiesto il tuo numero di scarpe e il secondo se volevi guardarlo via webcam. Sicurooooooo.



Poi però te ne fai una ragione. Soprattutto se guardi a dei validi motivi.



Sei la sua confidente personale e dei calzini più belli di quelli che ti ha regalato lui non li hai mai visti.

Per lei, sei bella, brava, intelligente, ma non gli importa di dirlo in giro perché dice che tanto si vede, e se è contenta lei, perché non esserlo tu.

Ti ha definita immensa, che nessuno mai, e il termine ti piace nella tua contraddittoria piccolezza.

Ha detto che l’agri-gelato lo prenderà solo servito da te perché it could be more nice.

Ti ha apostrofata “gioia” e ti sei scordata del tempo perso a parlare dei sui acciacchi e di quelli di sua sorella e di quelli del marito e della tonsillite del nipote. Che però è tanto studioso.

Ti ha detto per te ci sono sempre, mille e mille volte, e ogni volta è stato così. Che ci fossero, o meno, le rose e lo champagne.

Se ti trasferisci là, le mancherai. Una delle sue, a te più care, esternazioni.

Ti ha scritto un sms durante un delirio alcolico estivo e non gli hai mai creduto così tanto. Anche se, quel vecchio bukowskiano, non se lo ricorda.

Ha detto che ti ha pensata al mattino e che bello vederti adesso.

Paolo Fox dice che anche questa settimana sarà una grande settimana. Caro Fox, ti amo già.



Comunque io sono per la strada zen. Non fatemi uscire di carreggiata.





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domenica, 14 ottobre 2007







Questa sera mi hanno abbracciata.
Un abbraccio di cioccolato nero, sorrisi e rhum.
Fatto istà che mi manca già.

Anyway...
Da grande voglio fare la ricevitrice di abbracci.

E si sappia che sto sorridendo.

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mercoledì, 26 settembre 2007



Il caffè è un po' come il cibo. Simbolo di aggregazione da che l'uomo contemporaneo ne ha memoria, ci si può sempre trovare per una tazzina dell'amato concentrato di gusto e polvere e acqua.

Di  caffè ne ho bevuti tanti. E ne ho messi su molti.
Da piccola aspettavo la domenica mattina per preparare la moka ai miei genitori (tutti vorrebbero una figlia così.. così rompipalle da scocciarti pure all'alba di un festivo).
Ho continuato, poi, presa dal fervore giovanile, al banco della gelateria. Dopo anni di contrasti pure il macchiato mi viene bene. Una certa soddisfazione.

Sedersi ad un tavolino davanti ad un caffè è un'ottima scusa per rivedere un'amica dopo tanto tempo, per fare una pausa, per provarci, ma discretamente, per sdebitarsi a basso costo, per dare una sveglia al proprio stato comatoso, per introdurre un discorso antipatico o per farsi passare una ciucca alla svelta.

Adoro quelle conversazioni, poi.
Tirano fuori il meglio di tutti, ci si sa spogliare di dignità e di pregiudizi, di intelligenza e di paranoie. Per cui ordinatelo consapevolmente. Non come me, che poi i risultati si vedono.


Sempre burrosa e tonta, la cameriera di latte con gli occhi di anice, nel frattempo si appresta a spazzare via i resti di quel che rimane di una bustina di zucchero di canna attorcigliata su se stessa. Lo sguardo è tra il discreto e l’accigliato.


Bella, la bustina. L’hai ridotta proprio male. Nervosa?

Avessi una bottiglia di birra l’avrei già scartata dalla sua etichetta e ti saresti perso in disquisizioni su una mia probabile repressione a livello sessuale.

Ho questa passione insana per la psicologia spicciola.


I tavolini strattonati tra uno spiraglio e un’ombra. Senza sole almeno non si evapora.



Oh, non le sopporto. Mi ci viene proprio un prurito da orticaria.

Ma, poi, in fondo, le bionde naturali non ne possono niente.

Già. Loro ce l’hanno scritta nel dna, l'infamia, e più di tanto non ci si può stare a fare.


Facile vedere qualcuno sollevare i capelli che battono sul collo accaldato. Si prendono quelli che crescono affianco alle orecchie, si portano indietro come a carezzare l’idea di un po’ d’aria che andrà a soffiarsi sulla pelle. Poi si portano quelli dietro all’insù. Una giro veloce di mano e l’elastico è bell’e’chè piazzato. Fresco.


E sto tizio? Alla fine quanti anni c’ha ?

4 o 5 meno di me.

Ehilà, in proporzione siamo quasi ai livelli della Clerici.

Già. Uguale uguale.

Beh e come hai risolto?

Diciamo che giocarsi la carta età ha avuto i suoi frutti. La vecchiaia toglie tutta la carica erotica latente.
Più che altro sospetto che non troverò mai una via di mezzo. Pare che troppo vecchi o troppo piccoli siano tutti pieni di problemi. Che manco un ritiro in Tibet potrebbe essere d’aiuto, che pure lì c’è da far attenzione ai monaci.


Proprio così. Ci pensavo ieri e mi dicevo ecchèpalle...prima l'adolescenza e sono in crisi. Poi l'ingresso nel mondo degli adulti e sono in crisi, poi la crisi dei trentanni, poi quella di mezza età...
Ogni scusa è buona per non essere uomini.


Sistemandosi il Drum sulla cartina, si dipanava, inevitabile, una dispersione di filamenti di tabacco. Dannazione. Pure il vento. Di quelle estati calde, afose e con sole sterpaglie rotolanti per la città, che si fa vecchio west, non se n’è sentito parlare più.


Vieni a tirare di bamba con the King?

Scherzi? Ma chiedi a me?

No, scusa ho sbagliato. Comunque vuoi venire a tirare di bamba prima che finisca?

Ma insomma. C’ho qualche pensiero sfavorevole a proposito. Sono una brava ragazza.

Non puoi fare per tutta la vita la sinistrata politicamente corretta. Devi cominciare a farti.



E a farti tipi che non sono dei rastafariani. Brutti, per di più. Forse tu tiri già più di tutti.


Giocherellando coi tastini ergonomizzati sulle dita ristrette, pare non abbia mai fatto altro che mandare sms per una vita intera. L’eleganza della corsa contro i minuti e i secondi e i decimi è palpabile.


Ma cos’hai? Vodafone?

Sì, perché?
 
Hai fatto la promozione per i sms gratis?

Lasciamo perdere. Avevo tariffe fantastiche, alla you and me, per capirci. Ma adesso lo you si può fottere.


Quando ci si ritrova dopo l'estate,  impossibile non tirare le somme delle vacanze altrui.

Ti immaginavo lì, al mare, con una birra in un mano e una sigaretta nell’altra. E poi.. ma.. non so, mi facevi molto personaggio alla Hemingway. Tipo il vecchio e il mare.

Eh.. sarà che mi piace il pesce.


Non si comprende mai qual è la prima necessità che abbia senso di esistere se nonché questa ti viene a mancare. Briciole di saggezza.


Allora? Hai trovato il pane arabo al supermercato?

Niente più pane arabo. Che palle!  Va via come il.. pane.



Poeta fumato e sistemato su basi molto hippoppe o reggaettanti, il caffè lui non lo beve mai. Nessuno è perfetto.

E ho scritto questa canzone  senza donna...divento un Leopardi del cazzo.

Beh se ce l’avessi non l’avresti scritta così bene.

Eh...per quello...Leopardi, Dante, Petrarca... non trombavano, ma scrivevano da paura.



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