

La storia più interessante della sua vita. Se ne stava a pensare al suo ex mentre stava col suo ex.
“O cielo, morirò” mi disse.
Quando l’ho conosciuta aveva una sua sporca dignità, ma ora a trangugiare minestra riscaldata tutti i giorni le si era indurito pure l’intestino. In quel periodo aveva deciso di intraprendere la strada della meditazione, si ritrovava ogni settimana a casa di una stramba ragazzotta dal viso sporco di trucco e insieme ai suoi nuovi compagni di avventure trascendentali fingeva di lasciarsi andare al flusso.
Non ne giovava chissà quanto, ma almeno non ci rimetteva un soldo e questo consolava il suo amor proprio. Anzi, si divertiva a osservarli: uno basso basso e dalle occhiaie profonde, Cippo, lo chiamava, senza che lui ne sapesse nulla, per carità; un’altra, bionda, dalle reminescenze hippy, biascicava con la sua voce da contralto mantra sconnessi; la ragazzotta, gambe incrociate, si spalmava il rossetto sulla bocca e sulle guance per inquinare meno il mondo e dimostrare una salute di ferro.
Poi c’erano i meditanti saltuari, quelli che razionalmente trovavano inutile quella baldanza di quietezza e sospensione mentale, e allo stesso tempo si facevano cullare da prospettive di felicità autentica. Dei piccoli buddha in potenza.
Mi viene in mente Sting, ora. Tutto fuorché un buddha, ma un semi-dio, quello di sicuro. Più per il messaggio nella bottiglia che per le pratiche tantriche, ovvio, ma le filosofie orientali velano il mondo di possibilità che noi, a Ponente, non ci sogniamo nemmeno.
Glielo dissi e lei si mise a ridere. Ma forte davvero. Pensava a quanto potesse sembrare buffo Sting, così, in tenuta da stallone hindi, forse con le scarpette da Aladino. E rideva. Non ricordo di averla mai sentita ridere così forte. Ad un punto pensai che forse sarebbe morta, che si sarebbe staccata dal suo essere terrena, così pesante il cuore e così vuoto il cervello. Una lotta impari, di cui potevo sentire il tifo da lontano “Resta resta resta” e dall’altra curva “Vai vai vai”.
Poi smise di colpo, chiuse il sorriso in due pieghe di scena e pianse piano qualche goccia come si fosse accorta improvvisamente di sé. Il dorso bagnato della sua mano era una scena intensa, al profumo di vaniglia.
(Excursus)
Mi venne in mente allora quando si ruppe la boccetta di profumo alla vaniglia che avevo sulla mensola. Erano anni che stavo con due gocce di quella nuvoletta dolciastra appese dietro le orecchie; mi inebriavo la materia grigia che si colorava di colline e primavera e dolci fatti in casa.
Mi riconoscevo in quelle molecole odorose e anche gli altri, forse, mi trovavano così.
Stavo sparsa, come il profumo, per terra, quando improvvisamente fui consapevole che gli specchi ci rendono fragili, non sono discreti, mostrano schietti come stanno le cose.
Recitare è vivere; traduco malamente un tal Goffman che, indossando la maschera del sapiente sociologo, alternava il palcoscenico al retropalco, un personaggio all’altro e dipingeva la vita come la sua triste rappresentazione. O forse lo spiegava in toni un po’ diversi, forse era meno schizofrenico.
La feci ridere ancora un po’ e lei rise. La guardavo di soppiatto, come a scongiurare il crollo emotivo che si affacciava intorno alle sopracciglia corrucciate.
Non so come andò a finire, scegliere è un’opportunità così come una delirante sofferenza.
Tutto si ripercorre a ritroso dietro un “se”… Se avessi preferito, se avessi detto, se avessi fatto..
Le dissi “Cresci” e andai via perché l’instabilità mi debilita.
" Se, se, se, se...E se mia nonna avesse le ruotine sarebbe una cariola, ecchediamine!"