Have a nice drop n°1
Mai iniziare una storia senza un personaggio d’effetto.
Trarre ispirazione dal vero può essere una sorta di tagliacarte affilato: permette con facilità di sviscerare il contenuto di una busta che a furia di aspettare sul comò s’è inzuppata di polvere. Più complesso, invece, elaborare caratteri con la sola fantasia dispostaci geneticamente e sviluppatasi in questo andirivieni asmatico detto vita, senza l’ausilio di stupefacenti o di percentuali da coma etilico.
Così ho ben pensato di lasciar perdere le storie. Troppo complicate. Meglio i pensierini.
Ho conosciuto un tizio che parlava per brevi frasi, citazioni o aforismi. La cosa all’inizio mi aveva fatto ridere perché io non avevo mai incontrato nessuno che parlasse così, senza troppe pretese, con la convinzione che si potesse costruire una conversazione da stralci di pensieri. Le parole mantecate chissà per quanto tempo nella testa, solo a composizione sublime raggiunta, venivano ripescate, guizzando fuori dalla sua bocca e ossidandosi a contatto con l’atmosfera.
Sapeva parlare, quel tizio. E si poteva avere la netta percezione di assistere ad un momento catartico per il mondo intero quando proferiva verbo.
Qualcuno mi consigliò di non frequentarlo più, che il fantomatico mi avrebbe contagiato nel tentativo di limare le conversazioni al minimo in modo che le parole, quelle opportune, si facessero uniche portavoce di un pensiero aggraziato e non confuso o abbellito a sproposito.
Ma poi si sa come vanno queste cose. Ci si perde di vista, quel viso perde i margini e anche la voce si affievolisce, per quanto rimbombi da anni nelle orecchie. Ci si dimentica, infine.
Oggi riportate in una boccetta, le gocce del Signor Chichibiro si calibrano sull’unghia e si disperdono sotto la lingua dopo averla titillata.
Si consiglia l’assunzione amalgamata a una dose di poco buon senso, senza troppe pretese e con vedute ben allargate, ogni volta che è necessario e previa prescrizione della sottoscritta.
Goccia n°1.
Futuro? Il futuro si fa ben memori del passato. Niente uomini in nero a caccia di alieni, niente cervelli in vasche da bagno che governano il mondo (le vasche da bagno), né predatori in gemito cosmico usurpatori di galattici silenzi. Non ho la disponibilità mentale per elucubrare a tal proposito.
Il futuro non lo vedo, ma ne sento l’odore. Potrei aver dimenticato la nonna sul gas.
Goccia n°2.
Aver pensato di non aver sbagliato. Ecco, allora, dove stava lo sbaglio.
Goccia n°3.
L’abitudine è qualcosa di cui bisognerebbe quotidianamente disfarsi.
Goccia n°4.
Sesso, premi e convinzioni. Basta poco per darsi un tono.
Goccia n°5.
Ho bisogno di infinito in quanto tale. Di quella sua capacità di farti sentire vivo quando avresti tutte le motivazioni per pensarti morto.
Goccia n°6.
Sono attratta dal migliorarsi, dal soddisfare il proprio bisogno di elevarsi spiritualmente, intellettualmente e potessi anche fisicamente.
Sleepy Hollow, ovvero il sonno della ragione
Il vuoto post-proclamazione si impossessa a spintoni del giubilare bagliore della votazione. Ma a strattoni, molestato dalla mia persona, si dilegua con fare imbronciato. Fatti più in là. Là. Là.
Ho sempre avuto una quantità spropositata di parole da esprimere, io. E non che l’abbia sempre fatto. Alle volte per pudore, alle volte per imbarazzo, alle volte perchè se dicono che il silenzio è d’oro ci sarà un motivo.
Sa, pensai di essere finita, quel giorno. Finita come libera pensatrice, intendo. Concentrare in qualche decina di ore tutti i termini più adatti a poggiare un senso su una tesi di semiotica, mi creò uno scompenso emotivo non di meno indifferente nei confronti della scrittura. Indifferente nel senso che ero diventata fredda, distaccata, disinteressata, menefreghista, insensibile, noncurante, impassibile, estranea, apatica.
L’imperturbabilità, ecco, è l’imperturbabilità che frega. Perché siamo fatti per essere turbati eppure non godiamo mai appieno di questa capacità. La trasformiamo in possibilità, privandocene, dandocela a gambe per lo più, perché a mettersi in gioco son dolori. E i dolori, mi scusi per l’eufemismo, ma san essere gran mazzate.
Cosa ho imparato oggi? Oggi ho scoperto una grande verità: una delle fortune più che immense delle donne è poter mettere i tacchi alti. Poter guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Tutto il resto è fuffa, a ben pensarci, anche se l’aria lassù, devo ammettere, era parecchio rarefatta.
C’ho perso la testa. È rotolata con un’espressione burtoniana dipinta tra lo sguardo e le narici. Il ghigno era di chi l’aveva scampata ancora una volta. E poi dico solo 100.
Grazie Aquila di Ligonchio per aver fatto il tifo per me.
Sapresti dargli un titolo?
Quando ero piccola, ma non abbastanza per iniziare già a sparare boiate colossali, mi misi ad insegnare a nuotare ad una bimba terrorizzata dall’acqua. Le raccontavo che l’acqua era dominio di un re poseidonico che ai bambini buoni dava una spinta per tenerli a galla. Che lei non sarebbe andata giù se si fosse fatta semplicemente sospingere. Lei c’ha creduto perché quando si è piccoli bocia ci si fida degli altri. E se ti dicono che se sei buono non vai giù, tu ci credi.
La boiata non stava tanto nel discriminare i bambini cattivi, quanto nel dare troppa fiducia ad un re che di magnanimo non c’aveva nulla.
Così ti trovi a pochi giorni dai tuoi 23 anni e ti chiedi perché lui, che non ne spegnerà 23, sia andato giù e preghi, tu che non preghi mai, che non fosse troppo buio.
Gonzalo Aguilar è un nome che rimbomberà nella mia testa per associazioni, per collegamenti neuronali, guardando una penna o una sveglia digitale. Lui che di sveglie da impacchettare me ne portava a decine, perché quelle le sapeva vendere proprio bene.
Si spostava la ciocca di capelli neri dagli occhi e sorrideva un po’ strafottente, conscio che bello lo era, ma con quel tipo di garbo che non ti rodeva affatto.
Era bello e sorrideva, lo trovo così in un cassetto.
Poi immagini la pena. La mamma, i fratelli, gli amici. Quelli che della musica vogliono fare un sfondo all’assenza, perché la pace non si trova così, ma la musica lega tutti e allora stiamo insieme, che siamo più forti.
Dirò “è morto” perché la mia professoressa d’italiano diceva che non si usa questa parola.
"Si dice: è mancato, è dipartito, non c'è più".
E’ troppo audace, diceva.
Perché non sappiamo figurarcela, la morte, perché ne abbiamo una fottutissima paura.
E io, perdio, se ce l’ho. Ma oggi me ne sbatto.
Perché lui è andato e non mi va,
perché lui è andato e non mi era mai successo,
perché lui è andato e non torna, capisci??
Ma a tratti resta. Nella testa, e rimbomba.
Stasera sono sciolta e già vorrei ricompormi. Stasera ti penso e ti lascio qui. Dentro.
Trovami un capo e poi una coda.
Ti spiego. Sono d’istante.
I problemi nella vita sono altri e lo so e lo sai tu.
C’era la mamma di quella bambina che una volta mi ha detto: “ Io il tg non lo guardo più ” che è discutibile, ma, anche io, almeno una volta l’ho pensato.
Trasmettere le notizie più tragiche all’ora di pranzo e cena dev’essere parte del piano del Ministro della salute per sconfiggere l’obesità del popolo italiano.
“Ho sempre creduto che il mondo sia come noi lo facciamo” sa molto di Doris Schwartz e probabilmente Jodie Foster, nel celebrare l’apoteosi dell’idealismo con questa frase, un po’ si ispirò anche a lei. Però anche io c’ho sempre creduto, nonostante mi sia persa un sacco di balletti Coco & Leroy.
Stavo di certo sognando quando, l’altra notte, zampettando, mi si avvicina un pinguino e con fermezza, come se poi quello fosse proprio il suo mestiere, gira un cartello, stretto tra le pinne che sanno di acqua e ghiaccio e limonata, con scritto dis laif is a disaster.
Dico, pure i pinguini.
Se anche un mammifero sfenisciforme mi lamenta questa circostanza, la cosa si fa per lo più preoccupante.
Così ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Poi è passato un tram, m’ha scacciato questo fugace e sagace pulviscolo di pensiero dalla testa e sono tornata a costruire castelli di pongo arancione.
Poi mentre quintali di pongo cadevano mossi dal vento degli ultimi giorni, ho pensato ad altro, ed ho rimembrato che per quanto piccoli, ognuno c’ha i suoi guai.
Sei giovane, baby. È naturale che ti faccia male. Ma con il passare del tempo queste cose saranno sempre meno importanti. A 20 anni brucia da far male, a 40 anni brucia solo un pochettino e a 50 non lo senti più.
Si sente odore di parafrasi perché se davvero l’avesse scritta così, Bukowski,
avrebbe anche puntualizzato che a 50 non lo senti più perché sei di colpo schiattato per l’esplosione di un fegato, ormai appendice sganghera di un corpo assoldato dal vizio.
Ma ben ci sta come pensiero, giacchè a ventanni, sì, l’orgoglio sa corroderti come una bistecca nella Coca Cola; a quaranta sei sopraffatto dalla decina mucciniana precedente che di frutti ne dà a dovere e c’ho le prove, come diceva Libero quando denigrava la Telecom ( o era un altro?); a cinquanta lo spalmi di creme antirughe botuliniche per non far trasparire e traspirare le rughe che c’hai dentro.
Girerà tutto nel verso giusto il giorno in cui i puffi obbligheranno Gargamella a rifarsi le sopracciglia e io andrò di fratta in fratta or congiunta or disciolta chi sa dove, chi sa dove!
E, come disse poi ripetutamente il primo creatore di caramelle, bon.
Tu li trovi,
se stronzi è una conseguenza dello spazio che gli lasci.
Così diceva un grande saggio, che era meglio non far arrabbiare, perché si sa i saggi sono saggi anche sulle migliori tecniche per dare morti lente e dolorose. E ahio.
Non so se sia vero, ma in una certa misura sì.
Insomma, fin da piccoli ci inculcano in testa quella grande verità che è “ dagli un dito e si prenderanno il braccio” (che il mio consanguineo, dal dorsale ormai di sommo buongusto, tradurrebbe con “ ti chini a raccogliergli qualcosa da terra e… ohp”), e dicevo, te lo inculcano e tu non ne capisci il significato.
Poi cresci e, da lì, ogni giorno diventa uno sproloquio su quanto era bello essere piccoli con i peli sul culo a batuffoli.
Scopri che la mamma ha fatto una torta e se la sono sbaffati tutti a cena, per quell’unica volta che tu mangiavi fuori.
Noti come la tua vecchia amica recentemente rifattasi viva sia stata presente giusto il tempo di sgropparsi il tuo essere dal dorso e risotterrarsi sotto i sui mille impegni da zombie.
Desideri un muro ogni qualvolta i tuoi amici ti domandano come procede la tesi.
Desideri un bazooka ogni qualvolta dei non-amici ti chiedono come va con lui, quando lo sanno bene “che”, ma ci godono e lasciamoli godere, che non possono farlo in altro modo.
Ti ci eri affezionata e ti dice “sono incazzata con te da mesi, ma adesso proverò a vivere la questione diversamente” e tu per non creare disguidi lasci perdere un po’ lei e un po’ di più lui, ma ti mancano.
Capisci che non va perché se la prossima volta ti tira più vicino a sé dovrai correre parecchio, ma le gambe sono corte, questo è appurato.
Quando esci con qualcuno che si tiene sempre aperta la porta sul passato e appena può, tra un nettare divino e un incidente, la varca in contromano.
Sei troppo innamorata di quello sbagliato per prenderti di quello che pare più giusto. Poi, quando puoi, quello gira l’angolo e puff.
Ti hanno paccato 5 volte in due giorni. Vedeste che bel fiochetto.
Hai provato a chattare, per la prima volta in vita tua, con due sconosciuti, per sfatare il mito del maniaco sessuale posto ad ogni angolo delle comunità virtuale, e il primo ti ha chiesto il tuo numero di scarpe e il secondo se volevi guardarlo via webcam. Sicurooooooo.
Poi però te ne fai una ragione. Soprattutto se guardi a dei validi motivi.
Sei la sua confidente personale e dei calzini più belli di quelli che ti ha regalato lui non li hai mai visti.
Per lei, sei bella, brava, intelligente, ma non gli importa di dirlo in giro perché dice che tanto si vede, e se è contenta lei, perché non esserlo tu.
Ti ha definita immensa, che nessuno mai, e il termine ti piace nella tua contraddittoria piccolezza.
Ha detto che l’agri-gelato lo prenderà solo servito da te perché it could be more nice.
Ti ha apostrofata “gioia” e ti sei scordata del tempo perso a parlare dei sui acciacchi e di quelli di sua sorella e di quelli del marito e della tonsillite del nipote. Che però è tanto studioso.
Ti ha detto per te ci sono sempre, mille e mille volte, e ogni volta è stato così. Che ci fossero, o meno, le rose e lo champagne.
Se ti trasferisci là, le mancherai. Una delle sue, a te più care, esternazioni.
Ti ha scritto un sms durante un delirio alcolico estivo e non gli hai mai creduto così tanto. Anche se, quel vecchio bukowskiano, non se lo ricorda.
Ha detto che ti ha pensata al mattino e che bello vederti adesso.
Paolo Fox dice che anche questa settimana sarà una grande settimana. Caro Fox, ti amo già.
Comunque io sono per la strada zen. Non fatemi uscire di carreggiata.
Questa sera mi hanno abbracciata.
Un abbraccio di cioccolato nero, sorrisi e rhum.
Fatto istà che mi manca già.
Anyway...
Da grande voglio fare la ricevitrice di abbracci.
E si sappia che sto sorridendo.
Il caffè è un po' come il cibo. Simbolo di aggregazione da che l'uomo contemporaneo ne ha memoria, ci si può sempre trovare per una tazzina dell'amato concentrato di gusto e polvere e acqua.
Di caffè ne ho bevuti tanti. E ne ho messi su molti.
Da piccola aspettavo la domenica mattina per preparare la moka ai miei genitori (tutti vorrebbero una figlia così.. così rompipalle da scocciarti pure all'alba di un festivo).
Ho continuato, poi, presa dal fervore giovanile, al banco della gelateria. Dopo anni di contrasti pure il macchiato mi viene bene. Una certa soddisfazione.
Sedersi ad un tavolino davanti ad un caffè è un'ottima scusa per rivedere un'amica dopo tanto tempo, per fare una pausa, per provarci, ma discretamente, per sdebitarsi a basso costo, per dare una sveglia al proprio stato comatoso, per introdurre un discorso antipatico o per farsi passare una ciucca alla svelta.
Adoro quelle conversazioni, poi.
Tirano fuori il meglio di tutti, ci si sa spogliare di dignità e di pregiudizi, di intelligenza e di paranoie. Per cui ordinatelo consapevolmente. Non come me, che poi i risultati si vedono.
Sempre burrosa e tonta, la cameriera di latte con gli occhi di anice, nel frattempo si appresta a spazzare via i resti di quel che rimane di una bustina di zucchero di canna attorcigliata su se stessa. Lo sguardo è tra il discreto e l’accigliato.
Bella, la bustina. L’hai ridotta proprio male. Nervosa?
Avessi una bottiglia di birra l’avrei già scartata dalla sua etichetta e ti saresti perso in disquisizioni su una mia probabile repressione a livello sessuale.
Ho questa passione insana per la psicologia spicciola.
I tavolini strattonati tra uno spiraglio e un’ombra. Senza sole almeno non si evapora.
Oh, non le sopporto. Mi ci viene proprio un prurito da orticaria.
Ma, poi, in fondo, le bionde naturali non ne possono niente.
Già. Loro ce l’hanno scritta nel dna, l'infamia, e più di tanto non ci si può stare a fare.
Facile vedere qualcuno sollevare i capelli che battono sul collo accaldato. Si prendono quelli che crescono affianco alle orecchie, si portano indietro come a carezzare l’idea di un po’ d’aria che andrà a soffiarsi sulla pelle. Poi si portano quelli dietro all’insù. Una giro veloce di mano e l’elastico è bell’e’chè piazzato. Fresco.
E sto tizio? Alla fine quanti anni c’ha ?
4 o 5 meno di me.
Ehilà, in proporzione siamo quasi ai livelli della Clerici.
Già. Uguale uguale.
Beh e come hai risolto?
Diciamo che giocarsi la carta età ha avuto i suoi frutti. La vecchiaia toglie tutta la carica erotica latente.
Più che altro sospetto che non troverò mai una via di mezzo. Pare che troppo vecchi o troppo piccoli siano tutti pieni di problemi. Che manco un ritiro in Tibet potrebbe essere d’aiuto, che pure lì c’è da far attenzione ai monaci.
Proprio così. Ci pensavo ieri e mi dicevo ecchèpalle...prima l'adolescenza e sono in crisi. Poi l'ingresso nel mondo degli adulti e sono in crisi, poi la crisi dei trentanni, poi quella di mezza età...
Ogni scusa è buona per non essere uomini.
Sistemandosi il Drum sulla cartina, si dipanava, inevitabile, una dispersione di filamenti di tabacco. Dannazione. Pure il vento. Di quelle estati calde, afose e con sole sterpaglie rotolanti per la città, che si fa vecchio west, non se n’è sentito parlare più.
Vieni a tirare di bamba con the King?
Scherzi? Ma chiedi a me?
No, scusa ho sbagliato. Comunque vuoi venire a tirare di bamba prima che finisca?
Ma insomma. C’ho qualche pensiero sfavorevole a proposito. Sono una brava ragazza.
Non puoi fare per tutta la vita la sinistrata politicamente corretta. Devi cominciare a farti.
…
E a farti tipi che non sono dei rastafariani. Brutti, per di più. Forse tu tiri già più di tutti.
Giocherellando coi tastini ergonomizzati sulle dita ristrette, pare non abbia mai fatto altro che mandare sms per una vita intera. L’eleganza della corsa contro i minuti e i secondi e i decimi è palpabile.
Ma cos’hai? Vodafone?
Sì, perché?
Hai fatto la promozione per i sms gratis?
Lasciamo perdere. Avevo tariffe fantastiche, alla you and me, per capirci. Ma adesso lo you si può fottere.
Quando ci si ritrova dopo l'estate, impossibile non tirare le somme delle vacanze altrui.
Ti immaginavo lì, al mare, con una birra in un mano e una sigaretta nell’altra. E poi.. ma.. non so, mi facevi molto personaggio alla Hemingway. Tipo il vecchio e il mare.
Eh.. sarà che mi piace il pesce.
Non si comprende mai qual è la prima necessità che abbia senso di esistere se nonché questa ti viene a mancare. Briciole di saggezza.
Allora? Hai trovato il pane arabo al supermercato?
Niente più pane arabo. Che palle! Va via come il.. pane.
Poeta fumato e sistemato su basi molto hippoppe o reggaettanti, il caffè lui non lo beve mai. Nessuno è perfetto.
E ho scritto questa canzone senza donna...divento un Leopardi del cazzo.
Beh se ce l’avessi non l’avresti scritta così bene.
Eh...per quello...Leopardi, Dante, Petrarca... non trombavano, ma scrivevano da paura.
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