venerdì, 03 luglio 2009

Down, down, down.

Would the fall never come to an end!



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5
Marzo 2010

(..Waiting for..)




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lunedì, 15 giugno 2009

Ol ma loviiin

nai-no-nai-no naaa a


 
 
 
 






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I want you to remember
Everything you said
Every driven word
Like a
hammer, hell, to my head

(Bush -
The chemical between us)




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Stava appoggiato lì come un chiodo messo per storto, di quelli che sai che tanto non reggeranno il peso e si curveranno, eppure allo stesso tempo, pare che loro, cazzuti, manco per le bavette li puoi spostare.
Continuava a filosofeggiare come uno Schopenauer nervoso e beveva, non fumava, lui beveva. Che in realtà non so nemmeno se avrebbe potuto tenere in bocca, decentemente, una sigaretta. Forse aveva una bocca molto sconveniente, di quelle che van giusto bene a fare le boccacce.
Ma questa voleva essere un’altra storia.
Di quell’uomo mi ero innamorata. Di quello sempre, e sempre, accumulavo pensieri in un botticino per poi disperderlo nelle fogne, considerando che lì il mare non c’era.

Si parlava di ultima occasione, coglierla. Come la rosa e come l’attimo e se le spine ce l’ha, punge.





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mercoledì, 10 giugno 2009



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Pene d'amore


La storia più interessante della sua vita. Se ne stava a pensare al suo ex mentre stava col suo ex.


“O cielo, morirò” mi disse.


Quando l’ho conosciuta aveva una sua sporca dignità, ma ora a trangugiare minestra riscaldata tutti i giorni le si era indurito pure l’intestino. In quel periodo aveva deciso di intraprendere la strada della meditazione, si ritrovava ogni settimana a casa di una stramba ragazzotta dal viso sporco di trucco e insieme ai suoi nuovi compagni di avventure trascendentali fingeva di lasciarsi andare al flusso.

Non ne giovava chissà quanto, ma almeno non ci rimetteva un soldo e questo consolava il suo amor proprio. Anzi, si divertiva a osservarli: uno basso basso e dalle occhiaie profonde, Cippo, lo chiamava, senza che lui ne sapesse nulla, per carità; un’altra, bionda, dalle reminescenze hippy, biascicava con la sua voce da contralto mantra sconnessi; la ragazzotta, gambe incrociate, si spalmava il rossetto sulla bocca e sulle guance per inquinare meno il mondo e dimostrare una salute di ferro.
Poi c’erano i meditanti saltuari, quelli che razionalmente trovavano inutile quella baldanza di quietezza e sospensione mentale, e allo stesso tempo si facevano cullare da prospettive di felicità autentica. Dei piccoli buddha in potenza.

Mi viene in mente Sting, ora. Tutto fuorché un buddha, ma un semi-dio, quello di sicuro. Più per il messaggio nella bottiglia che per le pratiche tantriche, ovvio, ma le filosofie orientali velano il mondo di possibilità che noi, a Ponente, non ci sogniamo nemmeno.

Glielo dissi e lei si mise a ridere. Ma forte davvero. Pensava a quanto potesse sembrare buffo Sting, così, in tenuta da stallone hindi, forse con le scarpette da Aladino. E rideva. Non ricordo di averla mai sentita ridere così forte. Ad un punto pensai che forse sarebbe morta, che si sarebbe staccata dal suo essere terrena, così pesante il cuore e così vuoto il cervello. Una lotta impari, di cui potevo sentire il tifo da lontano “Resta resta resta” e dall’altra curva “Vai vai vai”.

Poi smise di colpo, chiuse il sorriso in due pieghe di scena e pianse piano qualche goccia come si fosse accorta improvvisamente di sé. Il dorso bagnato della sua mano era una scena intensa, al profumo di vaniglia.

(Excursus)
Mi venne in mente allora quando si ruppe la boccetta di profumo alla vaniglia che avevo sulla mensola. Erano anni che stavo con due gocce di quella nuvoletta dolciastra appese dietro le orecchie; mi inebriavo la materia grigia che si colorava di colline e primavera e dolci fatti in casa.

Mi riconoscevo in quelle molecole odorose e anche gli altri, forse, mi trovavano così.
Stavo sparsa, come il profumo, per terra, quando improvvisamente fui consapevole che gli specchi ci rendono fragili, non sono discreti, mostrano schietti come stanno le cose.

Recitare è vivere; traduco malamente un tal Goffman che, indossando la maschera del sapiente sociologo, alternava il palcoscenico al retropalco, un personaggio all’altro e dipingeva la vita come la sua triste rappresentazione. O forse lo spiegava in toni un po’ diversi, forse era meno schizofrenico.

La feci ridere ancora un po’ e lei rise. La guardavo di soppiatto, come a scongiurare il crollo emotivo che si affacciava intorno alle sopracciglia corrucciate.
Non so come andò a finire, scegliere è un’opportunità così come una delirante sofferenza.
Tutto si ripercorre a ritroso dietro un “se”… Se avessi preferito, se avessi detto, se avessi fatto..

Le dissi “Cresci” e andai via perché l’instabilità mi debilita.


" Se, se, se, se...E se mia nonna avesse le ruotine sarebbe una cariola, ecchediamine!"



 

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giovedì, 05 febbraio 2009





I nervi a fior,
sulla pelle li ricamo,
dito a dito poi li spiumo.








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mercoledì, 07 gennaio 2009

Dentro un giorno sempre uguale
Quelle luci fredde e una corsia d'ospedale…
Via da questi luoghi, via da vecchie paure
Via da questi sguardi e dalla noia volgare
Via dal pregiudizio, gonfio di violenza
Dalle polveri sottili dell'indifferenza.



Draaan
                        drAAaN
                                                        DRaaaN
                                                                                                    DRAAAN.



Mai sentito trillo più sconquassante. Perdio.
E nessuno, nessuno, a vedere che succede. Che sia vomito, sangue, piscio, pianto.

Il dolore assuefa.

Le lenzuole ruvide sono marchi dermici tatuati con qualche santo della nonna appiccicato affianco. La flebo non si fa sentire. La crisi viene a galla, da sconnessioni cerebrali, sbatte violenta le vene che penso formicolino per sfottio, quando alla vulnerabilità umana non ci pensavo nemmeno.
Ho passato il tempo a leggere in occhi fissi, che relatizzavano l’immobilità e smuovevano tutto.
Ho passato il tempo a leggere il pensiero di chi non sapeva connettere sillabe l’una con l’altra.
Ho passato il tempo a chiedermi quanto mi sarei dimenticata in fretta di tutto quello.
E' passato.

Mi sento poi solo più vecchia, e nessuno se n’è accorto.



Spazio per immaginare.



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Le parole sono sopravvalutate e il tempo è lì che aspetta un passo in basso, nel fosso. Più giù.
Se non ti sei mai visto sprofondare, benvenuto.





Nb: Domani è un altro giorno, non facciamo i precipitevoli.



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venerdì, 07 novembre 2008

Vuoi ballare con me?






Se non trovassi un ballerino, rimedierei sul panino.




[La poesia. Non che sia qualcosa di così evidente, alle volte. Qua l'unica scusa buona sarebbe essermi cavata gli occhi. Delicatamente, per non impressionarlo troppo - lui, omino tutto  bianco e baffetti di cera soffusa - sfilarli e conservarli.]

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martedì, 28 ottobre 2008

Poi c’è il problema delle olive



Non si capisce perché da una parte si facciano il segno della croce e dall’altra c’abbiano un buco.
Che poi il buco è un po' come se finisse nella croce, che però è talmente piccola,
che se guardi un’oliva dal buco sembra solo che non finisca mai perché è troppo buio dentro.
E il nocciolo della questione?
Insomma è un po' come la storia di quel tipo buffo che dentro
una tazzina di caffè
ci vedeva un universo intero.
Ohibò.

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Se fossi...


Se fossi una pastiglia di valeriana sarei troppo stanca per far addormentare qualcuno.


Così esordiva una pastiglia di valeriana che di problemi ne aveva, e pure seri. Il referto citava

"schizofrenia avanzata"

Si credeva una goccia di Valium. Probabilmente non è da sottovalutare una qual certa predisposizione anche alla megalomania.
Guardava questo suo sogno selvaggio, con quell’ardore con la quale si può gustare il sottolingua di un iperteso.
Non che si facesse imbrigliare da solide fandonie, pregava tutte le mattine, sia chiaro, perché dio è così buono. Tutto panna e cioccolato, se lo immaginava.

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Pensieri dell’uomo che girava un’oliva tra le dita del piede e stava al tavolo là infondo.





Sostanzialmente al bancone di un bar non si può far altro che ascoltare il tintinnare di una cassa che scorre scontrini, e il barista, Joe, che beve mentre sua moglie lo aspetta, con in testa mille bigodi senza preoccuparsi mai dei bagordi con cui Joe, povero Joe, trascorre la serata.


Come va?

Sempre la solita storia, Joe.


 
Sempre la solita, tutte le sere. Non una bionda, o rossa, o nera. È nata con i capelli blu, come si vede nei cartoni animati con gli occhi tondi per nascondere le mandorle, e dentro alla testa le ballano tanti cerini che non sa nemmeno accendere, che rischia di bruciarsi, i capelli. Blu. Rossana, fa di nome e si butta sempre sotto le luci rosse per scaldarsi come fosse un pulcino che ha bisogno di crescere e di nullaltro di diverso nella sua vita che finirla.


15 passi, gli occhi sulle bolle della piazza che cerchio a cerchio, le luci le fa intorno alle sue pareti di bolla. Bolla si sbolla quando toni diversi, uno su uno, a passi, fino a 15 la incalzano.


Ho visto un uomo pedalare, come di quelli che sembrano in ritardo e poi capisci che sono in ritardo da una vita, che non è un episodio a sé, ma è la vita che gli sfugge e la rincorre, che se la perde, guai a lui. E c’era quest’uomo, con la bici, che correva, la bici, che era molto più sveglia di lui e non sapeva come sarebbe finita, ma nel frattempo correva. Glu glu. Beveva. E arrivato al bar, da Joe, non si capacitava di come la cassa e i bicchieri e le bottiglie e gli stappi e i rutti e le risatine delle donnine si fondessero in una fisarmonica. Come fosse stato un concerto in una notte lunghissima, di quelle che non è che hai paura come una vampiro o paura come chi pensa di aver perso un giorno in più, ma hai paura solo un poco di non vedere che cadi e le luci  uscire dalla stanza, lasciando imploderti nel buco nero prodotto dalla bolla. Quella di prima che correva sulla bicicletta facendo il giro di Piazza Vittorio.


Dietro, nascosta, manco fosse stata una bambina, ci stava quella nonnetta che tutti chiamano Bambina. Nessuno, fin da quand'era piccola, si era mai ricordato il suo nome.
Bambina sapeva di talco e anche un po’ di pesca che forse il sapone o i capelli suoi sapevano un po’ il rosa e il giallo che si mescolano sulle pesche, quelle buone.
Anche lei, una volta, l’ho vista correre. Sembrava molto più veloce di quello che si sarebbe potuto pensare, o forse era la città che andava molto più piano del solito. Si fermava, poi.
 


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 05:21 | link | commenti (5) | commenti (5) [popup]