Ultimamente sono affascinata dagli inizi.
Ho letto un libro qualche settimana fa e partiva con tre inizi. Io sarei stata anche per quattro. Massì, perché poi, quando prendi il via, chitifermapiù? E non è stato neanche così difficile assecondare quest’onda che ha travolto la mia vita e che mi farà diventare una persona migliore. Potrei essere un’ottima costruttrice di inizi. Beh certo, ora sono fresca fresca, quindi, ovvio, dovrei studiare e metterci molta buona volontà, ma io credo fermamente di potercela fare. Sì.
Sarebbe un’opera buona nei confronti dell’umanità: proporre inizi, tanti inizi. Poter scegliere come iniziare, come iniziare una qualsiasi cosa.
1) Driiiiiiiiiiiiin.
Campanellooooo.
Non c’è nessuno.
2) Sono stanca. E distratta. Ma questo non è un buon motivo per ignorare quello che succede intorno al piccolo microcosmo che mi sono costruita in ventidueanni di vita, opere e omissioni.
3) Il lavoro nobilita l’uomo e qui siamo tutti concordi. Detto questo io trovo che sia una tremenda seccatura. Ma in quanto membro di una comunità imbarazzata a livello di libretti (imbarazzata nel senso che al solo parlarne diventa rossa) mi riferirò solo all’appiccicoso e nevrastenico lavoro della cameriera&coppista in gelateria, lavoro che mi ritrovo a fare da un anno e mezzo circa.
Ho sempre avuto un buon rapporto col gelato, io. Mi piace, e io piaccio a lui. Almeno, fino a poco tempo fa. Poi abbiamo avuto un diverbio e da allora sono incazzata come una iena.
4) Non ho mai capito come si sta al mondo. E lo si capisce dalle piccole cose.
Non ho il senso della misura. Non ho la forza di assoggettarmi al fare mediocre di un’esistenza priva di scrupoli. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi la via. Che mi illumini come un buddha pacioso. Cosa fare? Cosa fare quando il tuo interlocutore ha un pezzettino di insalata tra i denti?
5) È una situazione strana, come se conoscesi un pezzo in più, leggo il giornale nel frigo e mi sento un po’ giù. Lalalala.
6) Ho sempre avuto il difetto di farmi condizionare dalla musica. Inutilmente relego quello che ascolto nei momenti bui nello sgabuzzino perché loro, insensibili, sono sempre pronte a sgusciare fuori. Capita sempre così, che se sono in fase di transizione, divisa equamente tra giubilo e desolazione, quelle se ne sbattono altamente, si grattano il mento e tanti cari saluti. E sbam. Quando ti tocca ti tocca. Faccia a faccia con una realtà decisamente pessima.
Ma perché poi?
7) E poi me ne stavo lì, a scrivere, e scrivere e scrivere ancora. Distrutta dopo una serata passata tra sorrisi e vassoi, bicchieri e stracci. La schiena dolorante. Ahio. E stavo a chiedermi chi me l’avesse fatto fare. Se questi sacrifici sarebbero valsi mai qualcosa, un giorno. Perché fin da piccoli ci inculcano il senso dell’ incerto, a proposito del futuro. E uno si adegua. Senza un perché, si adegua.
8) Ieri in tv qualcuno intavolava il discorso trito e ritritito “vivere lentamente vs vivere velocemente”. Chi per assaporare meglio la vita, per goderne ogni attimo come se fosse l’ultimo scioglievolissimo lindor, chi per non avere rimpianti, per poter dire di aver vissuto pienamente.Ebbene sono arrivata a una conclusione.
Anzi, mi darò alle conclusioni al prossimo giro. Tanto è sempre lì che si finisce.
Non è poi tanto difficile immaginare un campo da calcio. È un prato. Per lo più verde. È come un campo qualsiasi, solo che sopra 22 omuncoli rincorrono un pallone per 90 minuti. E, io, preciso, non ho niente contro gli omuncoli. Anzi, sono anche divertenti a vedersi, se proprio vogliamo dire, ma questa è un’altra storia. E lui se ne stava lì, sulla panchina, e contava.
1,2,3,4,5,7,8,9,10..
Han sempre detto di contare quando si sta per fare una cazzata, perché contando sposti l’attenzione e razionalizzi la questione.
A quel punto, dopo aver contato, devi scegliere. E si sa, scegliere è sempre una gran fregatura. C’è chi si gioca poco, chi si gioca tutto. E, per la puttana, qua ci si stava per giocare più che una partita. Il problema , fondamentalmente, era proprio lì. Perché in realtà, sta partita, lui non la stava giocando. Come se poi i compagni in campo lo stessero facendo, tsk.
Non era serie A, e forse era meglio così. Insomma, con tutti quei guai, con tutti quei magnacci e gigolò pronti a vendersi a chi offre di più.. uno schifo. No no, si giocava il campionato per salire in serie D, che da lì poi c’è speranza.
Era bravo, non lo diceva mai, lui, e se vogliamo dirla tutta l’ho sempre detto poco anch’io, ma lo era. Quei piedi.. avevano macinato zolle e zolle di terra, non davano tregua e sembrava che il pallone ci si adagiasse sopra quasi di proposito, come a cercare qualcuno che potesse manipolarlo, elevarlo al suo stato di Idea, astrarlo. Lui, i goal, li scolpiva.
Ci credeva, non era la sua ragione di vita, il calcio, ma la rendeva migliore.
Ognuno ha una passione e a lui dava gusto giocare, usare la testa in sincrono con i piedi, fargli fare quello che voleva. E ci riusciva maledettamente bene.
Ora, è naturale chiedersi perché tutte quelle capacità fossero relegate in una squadra di eccellenza. Beh, lui si chiedeva tutti i giorni perché fossero rinchiuse in quel metro e settanta scarso che gli scafandravano l’animo.
Un problema. Perché se hai il fisico vai avanti, giochi, magari da schifo, ma giochi. Se non ce l’hai ti sbatti, ti sveni, dai di più perché devi compensare.
Una vita di sacrifici. I sacrifici che può fare un ragazzo di 19 anni. Con la partita la domenica ti scordi la festa in discoteca il sabato notte perché se no le gambe non ti ci portano fino in area. I pomeriggi straripanti di nozioni accavallate perché la sera c’è da allenarsi. Km su km, scuola-casa-campo sportivo-casa. Con la pioggia, il sole, la nebbia.
Sacrifici per cosa?
Per ritrovarsi in una squadra che lo aveva voluto, cercato, contattato, confermato, riconfermato. Che lui aveva preferito alla altre perché per una volta non è lontana da casa. E che ora lui, da un paio di domeniche, guardava giocare dalla tribuna.
Non ti vedo in forma, per quello non ti ho fatto giocare le scorse partite.
Quello che dice il mister non si discute. Già, lui non era uno di quelli sempre lì a rompere, accettava le direttive dell’allenatore, magari non le condivideva, ma era un’altra questione. Era dignitoso, razionale, maturo. Piaceva. Il suo modo di far ruotare la palla, il suo galateo. Un buon calciatore, completo, con tutti gli attributi, ogni tanto anche qualcuno in più.
Ma le amichevoli, useremo quelle per rimetterti in sesto.
Un incapace, io l’ho sempre detto. Dal secondo giorno in ritiro, ti ricordi?
Come puoi rimetterti in forma, come puoi ottenere miglioramenti se non ti danno la possibilità di metterti in gioco?
Mancavano 20 minuti, 20, alla fine. E 20 minuti cosa sono? Non sono abbastanza, quello di sicuro. Non sono abbastanza per un bagno rilassante, non sono abbastanza per fare un compito in classe, non sono abbastanza per una pennichella, non sono abbastanza per un buon risotto, non sono abbastanza per ascoltare un cd, non sono nulla. Solo 60 secondi ripetuti 20 volte. Troppo pochi per giustificare la scelta di un incapace che durante un’amichevole con una squadra di categoria inferiore aveva mandato in campo, a perder tra l’altro, tutti, da quello coi piedi buoni alla ciofeca. Tutti, tranne lui. 20 minuti. Troppi per starsene ancora lì a guardare 22 imbecilli correre dietro a una palla.
1,2,3,4,5,6,7,8,9,10
Sono quei dieci secondi in cui si soppesano le proprie priorità, si valutano le proprie possibilità. In cui bisogna scegliere. Acc. Scegliere è qualcosa di cui l’essere umano potrebbe benissimo fare a meno e senza la quale potrebbe vivere meglio. Come le tonsille, le zanzare e i datori di lavoro.
Ma alle volte è necessario. È una questione di responsabilità.
E allora, eccolo, su quella panchina. A contare. A riflettere. Perché alcune volte è difficile accettare di farsi prendere per il culo così palesemente. Accettare di sopportare, remissivo, le dichiarazioni non mantenute di qualcuno. Perché è vero che verba volant, ma le palle girano.
1,2,3,4,5,6,7,8,9,10
Sposta una pietra con un piede e quella asseconda la spinta. Si stropiccia il ciuffo. Sospira. I muscoli si tirano, in piedi. Coi tacchetti a bucare centimetri corsi e ricorsi per anni, per una vita. In contromano, con la porta avversaria lasciata alle spalle.
È una questione di dignità, di rabbia accumulata per giorni e giorni. Reazione sbagliata, ma plausibile. Di chi sente tradita la sua dedizione verso qualcosa.
È così che si vive, di 10 secondi in 10 secondi, tra scelte che si possono, che si devono e che non si vorrebbero fare. Però poi ci tocca e al dunque, palle alla mano, si prende una strada, sperando di aver imboccato quella dritta.
Avvertenze: Fatti e persone descritti nel qui di sopra sono reali. Il protagonista di questa storia è tuttora in vita e in salute, nonostante l’uso dell’imperfetto che fa tanto c’era una volta.. e stona terribilmente col presente del personaggio, che continua a rincorrere palloni. Perché alle volte, chi sbaglia, torna sui suoi passi e si pente di comportamenti azzardati e irrazionali che lo fanno sembrare.. un incapace.
Baileys con ghiaccio, grazie.
Sì, forse hai ragione, faccio molto intellettuale, in quell’angolo di pub con le luci così scure che a malapena ti contornano, la mano che dondola il bicchiere e lo sguardo a scrutare il contenuto. Pare quasi io cerchi chissà che risposta tra quel ghiaccio ogni volta dalle forme così assurde. Pare io ci veda tutto lì dentro. Ma sai, è tutto molto più semplice di quello che sembra. Io intellettuale non lo sono, lo so io, lo sai tu. Però facciamo finta sia vero. Se così fosse ti racconterei di quanto sia stupida la gente quando cerca di sembrare ciò che non è, mentre si butta in un mambo scatenato alla ricerca di chissà quale lampada di Aladino per avere a disposizione un genio mezzo nudo, pelato e muscoloso, se ti va bene, più spesso grassoccio. O forse ti racconterei di quanto sia difficile stare al mondo se non si ha un pesce rosso sulla quale scaricare le proprie frustrazioni chiamandolo per nome e fingendo che lui sia così interessato ai tuoi racconti da restare ad ascoltarti con la bocca aperta per la meraviglia. Per non parlare di varie disquisizioni a proposito delle coniugazioni verbali, per le quali ti stravolgerei con le storie ardite e inaridite di quell’uomo tanto felice di usare solo l’indicativo, sempre e comunque, perché, per lui, il congiuntivo era solo un modo di non accettare la realtà così come gli veniva. Ti racconterei di persone, posti, musica sulla quale non scriveranno mai nulla, ma che se lo meriterebbero, almeno un pò. Di notti perse, laggiù, con la testa nei fumi e fiumi di alcool. Ti offrirei un sorso di Baileys e ci troveresti il blues pure tu. Un uomo dalla voce che gratta, delle mani che incespicano nei tasti, pure quelli giusti. Fumo tutto intorno. E ti direi di ascoltarlo.
O magari starei zitta. Mi risparmierei una figuraccia, e continuerei a farti credere che razza di gran intellettuale io sia.
Scusate, dovremmo chiudere.

“ ehi, sono 5 mesi!”
"ma.. sei sicuro?"
“vuoi dirmi che non ti ricordi che sono già passati 5 mesi?! Ah, bene, davvero, bene, brava!”
“ma scusa.. non sono 4?”
“eh?”
“Se tu non sai contare..”
“come no?! 1,2,3..
..5..”
…Di quando l’intenzione è buona, ma la matematica non è il suo forte…
Allora, qualcuno per cortesia può spiegarmi come io possa raggiungere la giusta quantità di pace interiore per andare a letto? Ho bisogno di qualcuno che arrivi improvvisamente e inaspettatamente, come un qualsiasi venditore di enciclopedia multimediale mentre sto entrando nella doccia, e mi dica datti un andi, ragazza! Io, dannazione, sono orgogliosa, non me ne vanto, ma lo sostengo. E, non ce la faccio. Non ce la faccio a vedermi innamorata. Mi faccio pena. Sono uno spettacolo pietoso. Sorrido, sorrido un sacco. I dossi.. presente i dossi? Potrei prenderli in quarta tanto sono ammortizzata dalla mia beoneria. E poi, non sono concentrata su null’altro! Io, ma perché?, io penso a chi, cosa, quando, dove, come, lui. Ha senso? No, no, per l’amor del cielo, non ce l’ha! Siamo realisti. Siamo concreti. Pretendiamo l’impossibile e poi ci facciamo fregare così.
Pi-e-tà!
Amore e odio. Possibile? Niente fraintendimenti, io a Catullo je vojo proprio un sacco ‘ebbene però, tutta sta storia con Lesbia.. io non c’ho mai creduto tanto.
Lo odio e lo amo. Ti chiederai come diavolo io riesca a farlo.
Eccheccavolo ne so, però sento che accade... e ci sto male un casino.
Sarà vero che l’amore e l’odio sono incastrati.. ce li vedo proprio come due pugili che fanno a botte. Lui c’ha tutta la sua teoria: l’odio, talvolta, si espleta in amore. Io sono un po’ in dubbio a proposito. Per dunque, il mio, sarebbe un odio in senso buono. Sì. Esempio pratico per far intendere la gravità del mio stato di innamoramento: è un saputello. Ma io lo ascolterei per ore. E mi piace. Rinchiudetemi!
Qualcuno abbia la decenza di fermarmi.. perché io divento una ribollita di miele con quest’ uomo.
Lui sempre così composto, sempre così maledettamente fiero, così inconcepibilmente tiepido. Si fa rincorrere. E fin qui, dai, ci starebbe anche. Ma chi è quella fessa là? Quella che gli corre dietro.. toh, ma guarda te, sono io!! E questo che non va.
Sto rincitrullendo.. e io dovrei fare tutt’altro in questo momento, perché io ho i miei momenti preposti al rincitrullimento, ma ora non è uno di quelli!
E poi questi pensieri sono pieni di punti esclamativi e la cosa non mi garba per niente. Io sono più per i punti. E per la punteggiatura libera. Secondo coscienza. La metto sovente, spesso. Dove capita. Qui. E poi qui. E. Ancora. Qui.
Non so se combaciamo bene, siamo sempre stati un casino. Un’accozzaglia di cose, quelle là, emozioni. Quelle che cantano tutti. Quelle che scrivono tutti. Quelle che colorano tutti. Quelle con cui mi ricopro per dormire.
Se sapessi suonare, con tutte quelle corde avrei detto troppo su me e lui (quel noi che faccio così fatica a dire).. e invece di corde mi restano quelle che mi legano al tempo che ho messo in un cassetto insieme a chi ero, che mi schioccano sulla schiena come a dire non cascarci, non ancora, non troppo.
Odio quanto lo amo.
Un uomo diceva che ero così strana perché portavo cappelli con le piume e ogni tanto prendevo il volo.. come quel bambino col palloncino giallo che quando la mamma non sopportava più l’ansia delle sue peripezie tra le nuvole si è data ad ago e.. basta.. bum.
E se mi prende, ma insomma che devo fare io? Farmi portare giù? E allora ho messo un berretto per non scompigliarmi i capelli e le idee. Poi, però, mi ha stretto più forte..e non mi ha lasciato più e io, io ho preferito un basco.
E così mi ritrovo con tutti i miei santi a evitare preghiere che ho smesso, grazie tanto tempo fa. Incespico in musi lunghi, mi soffermo sulle ciglia che sbattono onde arrabbiate, scivolo sugli angoli di quella perfezione che non è, ma che mi piace. Scuoiata da quel minimo di orgoglio che mi restava, mi stendo pizzicata da mollette e sbattuta dal vento. E' una cosa personale. E così ballo. Ballo bagnata da bolle di acqua bollita di nuvole strizzate dal freddo. Ballo di note di notte pagana adoranti un dio che neanche lui sa se c’è. Ballo pensieri di notte d’estate senza solstizio e fiabe fatate. Ballo pensieri di occhi malati traviata da vapori di prati asciugati. Ballo su cenere che cade ad ogni tocco come vita che si sgretola avanti ogni giorno.
Oggi è un po’ come quando metti giù un piede dal letto. Poi l’altro. Li guardi. Muovi un dito, un altro. Perché svegliarsi? Ma mi sono mai addormentata? Dio, è un’altra giornata che fin dall’inizio sai che sarà pessima! Dal primo battito di ciglia all’ultimo. Sono confusa da tutto quello che dovrei fare, e dovrei pure essere. Più diligente, ecco. E meno suscettibile.
Ho una quantità anonima di rabbia inespressa che non so neanche da dove mi esca.
Mi rimbalzano come palline di un flipper in testa.. facce, cristi che dovevano starsene buoni buoni in un angolo.E se mi dessi alla boxe? E se avessi fatto un imperdonabile errore per la mia autostima? Per la mia dignità?
Oggi decisamente sarebbe il caso di non pensare a nulla, urlare “c’è nessunoooooooo?” e sentirne solo l’eco. Zero risposta. Zero problema. Che poi mi faccio prendere dalle crisi mistiche e chi si salva più. Si corre il rischio di essere travolti da un fiume di parole sconnesse, adottate tanto per fare un discorso di cui non si vedrà mai la fine. Oggi non se ne fa proprio niente.
Approfitterò della bella giornata per un giro tra le secche e grigie campagne del Pianalto. Credo che comprerò una casa di campagna un giorno. E mi ci farò un agriturismo. Anzi no, meglio un bed & breakfast che impegna meno. Beh magari più tardi andrò in perlustrazione. E penso che immaginerò che l’asfalto sconnesso sia solo un modo per farmi incazzare di più. Chi era quello che diceva “ho sempre pensato che il mondo ce l’avesse con me e il mondo non mi ha mai smentito?” doveva saperne un sacco, quello lì.
Sono abbastanza categorica oggi. Stasera dovrò darmi una controllata. Ecco ecco.. è questo il problema, c’è l’ho chiaro e bastardo nella testa! Sono assurdamente preoccupata.. mi faccio traviare da paure ataviche.. ah.. che pessima persona!
Bene, è partita karma police, io l’adoro, chiaro, ma mi invita inevitabilmente al suidicio. Quest’estate ho letto, in campeggio con gli amici, un libretto interessante sul suicidio. Tutti metodi sperimentati e approvati al fine di sbolognarsi una vita a cui si è ormai indigesti. Posti in ordine alfabetico. Ingegnosi. E faceva più o meno così: ti vuoi buttare giù da un palazzo? Bene, ottima scelta, ma sta attento a non romperti solo la schiena e restare immobilizzato a vita in un sudario di dolori e umiliazioni. E se si provasse l’impiccagione? Non male, certo, però, insomma bisogna andarci cauti, fare le cose per bene, se no si rischia solo di farsi male senza soffocamento o rottura dell’osso del collo. E il colpo di pistola? Uau, questo sì che è notevole. Un colpo secco, preciso. Sì. Però puntala bene, prendi la mira, perché c’è gente che ancora oggi ha quotidiane emicranie a causa di un proiettile incastrato là in mezzo. Io ho sempre pensato che, il giorno che avessi voluto suicidarmi, mi sarei imbottita di farmaci. Già, per quelle questioni di difficoltà ad accettare il fatto di sfigurare brutalmente il proprio essere esteriore. Ma chi pensava che puoi essere sfigato a tal punto da restare vivo, in rivoltamenti per terra a mò di una salsiccia sulla griglia a causa del mal di stomaco? Beh, a sto punto accantono la prospettiva alla giovane Werther. Per stare meglio credo dovrei vestire un completo rosa shocking, occhiali sberluccicanti e un boa di piume nero (che fa sempre rock!). Ma potrei anche farne a meno di tutto questo.. a parte il boa di piume.. Rag Doll, livin' in a movie..

Allora.. troppe cose in un arco di tempo ristretto..
E io non ho la giusta quantità di fede necessaria, senza contare il fatto che uno per quanti giri ci faccia attorno non può effettivamente non pensarci. Mi sento un po’ il Jules redento della situazione.. un po’ come se avessi evitato pallottole andatesi a schiantare su un muro e senza alcuna capacità da Eletto. A meno che io sia l’Eletta e nessun Oracolo si sia preso la briga di avvertirmi. Però i cucchiai non li piego. Allora continuerò sulla strada della redenzione. Ma perché tutte queste elucubrazioni da fringuello? Al mondo ci sono cose ben più importanti alle quali pensare.. vedi la fame nel mondo, come onorare degnamente le feste, indagare sulla biondità di Santoro..
E io invece mi soffermo su delle inezie..
La settimana scorsa ho rischiato due volte la vita, ma facciamo ordine che è meglio.
Per la serie che la demenza non ha mai fine, trovandosi i nostri prodi nel Vercors, in Francia (descrizione esauriente del Vercors, che è poi quella che hanno rifilato a me: “è come le Langhe, solo che.. ci sono le montagne” non è forse adorabile???), essi, desiderosi di godere del panorama offerto ai loro occhi decidono di accostare, scendere dalla macchina e andare a fare un paio di foto della “vallata scoscesa e impervia” che caratterizza il luogo. E fin qui, beh, tutto ok. Anche se già il nome “vallata scoscesa e impervia” non presagisce nulla di buono. Comunque, come dicevo, fin qui tutto ok. Non fosse che quell’idiota della sottoscritta per fotografare delle rocce ha pensato bene di indietreggiare finchè, inciampata sul muretto di protezione, ci si è ritrovata seduta sopra! E sotto.. il vuoto. E “vuoto” è da leggere con molta enfasi. Solo questione di baricentro basso o forza sovrannaturale che l’ha tenuta a terra e non sfracellata per terra?
Secondo episodio. Innanzitutto, le autostrade francesi… per carità… ma le uscite le vogliamo segnalare un po’ meglio? Ok che il guidatore è miope e la navigatrice un po’ lenta di riflessi però.. !
Insomma la storia è questa: dopo un’uscita, che mi combinano sti francesi? Mi piazzano una salita.. e in cima alla salita? Uno stop. Ma loro non hanno mai pensato che se uno ha i freni che non vanno lo mandano a morte certa?? Perché quando ho visto lo stop io ho detto “lo stop” e va bene che ho potuto ripeterlo anche dopo che l’abbiamo passato senza fermarci (ovvio magari il tono di voce era un po’ diverso..argh!) e la macchina a cui avremmo dovuto dare precedenza è passata giusto 5 secondi dopo di noi. Beh.. tanto noi amiamo il pericolo! Eheh!
Ah scoperto che le risate isteriche esorcizzano molto gli shock dovuti a una-morte-certa-scampata-per-botta-di-c...-ehm-fortuna!
Come se non bastasse, l’altro giorno mi è stato proposto ufficialmente di fare da madrina di cresima a mia cugina. E io, madrina non ho mai pensato lo sarei stata in vita mia. Cioè, chiariamo, sono onorata e via dicendo, ma.. non è che io sia proprio la persona più competente per questo ruolo.. insomma.. ho paura che le panche della chiesa siano spazzate via al mio solo passaggio. È effettivamente un po’ di tempo che non bazzico la comunità cristiano cattolica coi suoi usi e costumi al seguito. Ma che dovevo fare? Io ho accettato. I miei principi si accodano a una buona causa. Speruma!
Ma veniamo al dunque. Tutti questi accadimenti sono solo quella che scientificamente è detta “sfiga con rimbalzo ” o è un segno di un’entità sovrannaturale che mi segnala di darmi alla preghiera e alla vita-come-si-deve tralasciando le nefandezze di vita da giovane stolta e incosciente? Credo che ripasserò l’accaduto nella mente, aspettando quello che gli alcolisti definiscono il momento di lucidità ( jules docet).
Sono sbadata: perdo le cose. Qualsiasi cosa. L’appoggio lì un attimo, mi dico “ricordati di averla messa qui”, poi mi giro e, puff, quella sparisce. È un vizio, è una tragedia. Specie quando si tratta della sanità mentale. No, no.
A ben pensarci è una di quelle cose di cui ci si pente subito. Buttarsi nella mischia senza neanche incipriarsi il naso. Eppure, ad un certo punto, è inutile resistere. Si manda giù alla goccia, e chi si è visto si è visto. Col senno di poi o ti fai una grassa risata o ti commiseri.
Bisogna farsene una ragione.
Come aspiranti attori ad una prima. Silenzio lì dietro. Non mi ricordo la prima battuta. E si alza il sipario.
France on the road. Una vacanza sfrenata. Già quel freno. L’alfa romeo, soprannominata* Eleanor** , all’incirca due giorni dopo la partenza decise di darci quello che simpaticamente definirei “ un insignificante contrattempo”.
“Allora? Da messa sul ponte si vedeva qualcosa?”
“Ho proprio visto una goccia che usciva dal tubo dell'olio del freno.. Come si dice in questi casi?”
“Cazzo, si dice cazzo”
Ma quando si è dei duri, beh, quando si è dei duri, uno se ne frega del freno che non frena (“ma no papà, non è che non frena proprio, frena in fondo capito? E poi esistono il freno motore e il freno a mano, massì, stai tranquillo!”).
Qualche tensione causata
dal rifiuto di ogni autoconcessionaria francese della fiat&alfa romeo di starci a sentire,
dal fatto che pareva che il ricambio di questo tubicino non si riuscisse a trovare da nessuna parte,
dal fatto che ogni garage fosse impregnato di lavoro fino a natale,
dall’aver rischiato la vita ad un paio di stop in cui Eleanor tirava dritta e sparata,
dalle continue telefonate dei suoi,
dall'ubriacatura e scenata della sottoscritta,
dal dover rinunciare ad alcune tappe del viaggio.
Ma infondo, non si poteva immaginare migliore. Panoramica generale della Francia, dal sud-est, passando sotto Parigi, fino alla Bretagna, salutando i castelli della Loira, giù fino in Camargue.
All’avventura, un po’ in campeggio, un po’ nei Formule1 di turno (che sono l’incarnazione del mio ideale di casa: sempre uguale, stesso arredamento, stessa disposizione del letto, del lavandino, le stesse coperte, ma allocata in città sempre diverse).
Una volta al giorno insalata di pomodori con tonno, e colazione con un pezzo di baguette, rigorosamente del giorno prima. E meno male che la mia genitrice aveva tanto insistito perché mi portassi dietro quelle pesche.
Ho imparato a mettere il gpl. Dopo 5 tentativi. E altrettanti euro di gas andati a vuoto.
Ho constatato di persona che l'oceano è molto bagnato.
Lettura ad alta voce del libro “la confraternita dell’uva” di John Fante. Da consigliare. Solo perché se un giorno mai dovessero chiedermi “beh, te la butto lì :chiedi alla polvere o la confraternità dell’uva?” sarà cosa buona e giusta che io risponda “ma la confraternità dell’uva, ovvio!”
Ci siamo dati al romanticismo e ci è riuscito anche bene. Inaspettatamente. Oddio, l'amore è una di quelle influenze invernali da far drizzare le penne ai polli e che quando ti toccano, nonostante i vari vaccini che il farmacista, quel fetente, ti ha propinato, ti toccano!
Uau! Già... uau!!
E poi, secondo me, Harrietta calzava meglio all'alfa.
(*)Tra i costumi più singolari che caratterizzano gli esseri di razza umana, vi è la consuetudine di battezzare la propria autovettura con un nome femminile [“ma perché per forza un nome da femmina?!” “perché le macchine sono femminili, scema! La-macchina, la-auto, la-autovettura..!” “non è possibile, mi rifiuto di credere una cosa del genere!… aspetta, adesso ti trovo io una macchina maschio!.. mumble mumble..” “ma non eri una femminista?” “io?le femministe manderanno a scatafascio il mondo!…Toh, guarda, senti eh.. come ti suona IL fuoristrada?!!” ]. Quando, poi, l’auto in questione prende le sembianze di una casa-rifugio è impossibile, per l’essere umano, non assumere un atteggiamento protettivo e quasi dipendente da essa: e così si inizia a parlarle, chiamandola per nome.
(**)Eleanor, sebbene si possa pensare faccia riferimento a chissà quale grande personalità della storia, a chissà quale parentela lontana (e mi riferisco alla solita prozia zitella di casa nell’East Coast che tutti hanno), vuole essere una citazione dotta dal film “ Gone in 60s seconds” dove Nicholas Cage, noto appassionato di auto, si prodiga per recuperare una Shelby Mustang GT 500 del '67, di cui è innamorato alla follia, al fine di ingraziarsi un onesto e serio imprenditore, il quale si ritrova in credito col fratello di Nicholas, Giovanni Ribisi, a causa di un quantomai spassoso quiproquo.