
Come dicevo una notte, alle volte la felicità bussa forte. E allora si accosta l'orecchio alla porta come per vederci attraverso, per ascoltare quel che c'è dall'altra parte. E poi, uno, la apre. Non sempre è concreta. Spesso è l'idea della felicità che fa felicitarsi.
Riconoscerla.
Quella tra tutto il resto. Che poi è caos in un cosmo.
Ballare un piccolo valzer di sorprese, sospese qua è là tra quel che esse sono e quel che sarà. Il gallo a cantare, il mattino a farsi presto, dove il sole spunta per ciecare una notte chiara, senza altro che chi ci doveva stare.
Corre, corre sulle due ruote, soffia a labbra socchiuse, senza mani, sorride all'umana diversità che fa cercare due così. Così presto il mattino che alle volte non si fa nemmeno in tempo a sognare. Nè una bustina di lievito, nè una tendina da scostare. Felice, quel che è un attimo sospeso tra un non esserlo e un altro non esserlo ancora.
Non l’ho mai detto. Che è di quello che sa la tua pelle che mi farei.
Sparsi sul cuscino, ti ci addormenti sopra, e no, non ti sveglierei per spostarmi.
Per non dimenticarmelo, seguo con un dito il contorno di te.
Curve chiare che stanno a curve scure, per un gioco di incastri morbidi, che sanno di buono.
Asincroni al moto del mondo.
Rimboccare le lenzuola per non farle scivolare più. Perché va sempre così.
Ancora un bacio per zittire e non sprecare fiato.
Sento spegnersi la luce della Mole che ci fa compagnia, e poi ci spia fuori dalla finestra col suo fare da voyeur.
E mi sento respirare. Perché io non l’ho mai ascoltato troppo il mio respiro. E quando sono lì, lontana dalla via vai che si sparpaglia e si spiaccica per le vie della città, a tanti scalini dalla strada camminata, lì, mi trovo.
Sparsa su una coperta, ricoperta di spine di fico d’india.
E poi a passeggiare in bianco e nero, come fili di uno zucchero filato che si attorcigliano al bastoncino.
E un grammofono che suona
Si tu n'étais pas la
Comment pourrais-je vivre
Je ne connaîtrais pas
Ce bonheur qui m'enivre
Quand je suis dans tes bras
Mon coeur joyeux se livre
Comment pourrais-je vivre
Si tu n'étais pas là…
Stringerti un po’, per tenermi questo tempo che se ne va.
Alzarmi sulla punta dei piedi e posare un bacio sulla piega di un tuo sorriso. Un bacio sul collo, ancora. E poi un bacio leggero, a sfumare, sugli occhi chiusi per non levitare.
suscettibilità gioleettiana +
scazzo cosmico +
scazzo suo =
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La teoria gioleettiana dello scazzo covato, ma uscito allo scoperto all'improvviso, sostiene che se una persona è affetta da sindrome di deficienza notevole, allora sarà ferocemente colpita da una nevrosi schizoide atta alla distruzione del suo essere. O semplicemente alla rovina della meravigliosa giornata tutta sole e cinguettii che la circonda.
La situazione si presenterà irreparabile. O irreparabilmente catastrofica. O catastroficamente deleteria. O deleteriamente provocante. Sembrerà infine di vivere in un sexishop.
Il sole si oscurerà, gli uccellini, agonizzanti, precipiteranno al suolo in un sordo silenzio.
[gli uccellini, per la storia del sexishop avranno perizomi di pizzo fucsia bordati di nero]
E un indiano pellerossa alzerà la sua preghiera al dio totemico “Kimmelhafattofà”, circondato da orsetti lavatori danzerini. Uno dei quali ascolterà Tiziano Ferro dal suo lettore mp3. Tiziano Ferro?!
E intanto un carretto dei gelati, con gelataio al seguito, si appropinquerà trionfante al suono di campanelli e cornamuse. Si fermerà, darà un cono alla fragola alla professoressa zitella col cappello verdone e ripartirà.
In lontananza campanellini ancora. I’m the ice-cream man, honey, I’ll be good to you, I’ll be good to youuuu..
Ho parole in testa che finiscono a lampeggiare sulla faccia. Pensieri che schivano la parte razionale della mia cerebralità come un supereroe sfigato fa tra gocce di pioggia.
[Al giorno d’oggi trovare un lavoro serio è veramente dura].
Un tempo anch’io avrei voluto essere un supereroe. Avrei salvato vecchine rattrapite nei loro fazzolettoni da befane. Avrei reso impossibile la vita di tutti quei marrani atti a rubare lecca lecca fragola+panna alle bimbe dai boccoli d’oro con piedini piccini picciò rivestiti da appariscenti e sempre più rosa lelly kelly. Sorvolando la città avrei potuto colpire senza essere notata i deturpatori di sanità pubblica. Toh un piccione.
Già bei tempi.
Ma oggi tutto ciò non è più fattibile.
Avrei potuto sopportare il dovermi adeguare alle mode giovanili di oggigiorno. Sì, ecco, avrei anche potuto farmi forza e indossare un poncho invece di una mantellina. O avrei potuto tingermi i capelli di verde militare che poi è un colore che va bene in tutte le occasioni, sportivo e di classe al contempo.
Mi sarei sottomessa all’opinione pubblica e avrei scelto un nome come Super-mega-cisti-giò o Ci-sto-dentro-come-un-termosifone-giò.
La-classe-non-è-mica-acqua-giò sarebbe stato un buon compromesso.
E sì, per sottostare al volere della comunità da salvaguardare, avrei anche partecipato alla Prova del Cuoco come ospite vip. Lì alle prese con farina e uova e vino insieme alla Anna “ti sei lavata le mani tesoro?” Moroni e alla Antonella “Riccio Platino” Clerici. Tutte insieme a cantare “le tagliatelle di nonna Pina”.
Tutto. Avrei fatto di tutto.
Ma, io, mai e dicopoimai, avrei potuto indossare la mia superdivisa in un centro T*m o Vodafo*e. Dove sono finite le care vecchie cabine telefoniche di una volta?
Penso che non è più lo stesso. Che dovrei passare sotto la pelle che ti copre dai pezzi di atmosfera per farti credere che c’è molto di più di quello che vedi, uomo. Un labirinto di portici, colonne da evitare in uno slalom di pensieri che non fanno ricordare nomi e volti. Isolati da crucci, da espressioni scure, da musica nelle orecchie e in testa. Non credere che troverò una soluzione a questo. Mi inietto anestetico nella lingua per impedirne il movimento.
Scontro. Mi guardi. Ti guardo. Capisci quel che voglio dire?
Inciampo, colpa delle scarpe.
Pensi che loro siano una mandria di vacche liberate per ruminare testi non scritti che appartengono a vite diverse. E quando pensi ai loro nomi vedi solo lettere in una firma e poche identità.
Non sperare troverò una soluzione, io, che vivo due vite. Io che mi ammasso e poi, quando lanciano un grido, accorro, tra mantelline multicolor e gel di buona marca tra i capelli.
Solo, perso e costantemente inutile.
Non hai poi così bisogno di un eroe.
Sigla una tregua.
Forse il doctor Octopus voleva solo una grattatina alla schiena, Lex Luthor una camomilla, la Cosa dieci minuti del tuo tempo, il Joker fare due tiri.
Fa qualcosa. Sono stanca di pensare che quando vedo un uomo sorridere da solo sia un pazzo.
Mi piace la notte all’Havana e poi mi piaci tu.
Ma sogno un cuba libre mio amor, un altro cuba libre mio amor, che cerco un po’ d’amore, mio amor, sotto il cielo blu.
Hasta l’asta sempre.
[Perdio!]
Avrei creduto a qualsiasi panzana postami di fronte agli occhi (non di lato però, io sono come i cavalli, coi paraocchi; un esser umano con una visuale che non va oltre i 90°). Però a questa, no, davvero. Ne sarebbe andata di mezzo la mia dignità.
Un incantesimo. E io l’ho poi presa per buona, perché, dai, a quale altra definizione avrei potuto ricorrere? Difficile spiegare come me ne sia potuta accorgere per tempo.
Insomma, io me ne stavo lì, un po’ distratta dai miei pensieri, quando ho cominciato a sentirmi strana. Avevo una sete pazzesca. Presente le acciughe al verde? La bagna caoda? Ecco. Come se ne avessi mangiato per una congrega di suore. E si sa, le suore vanno pazze. Per le acciughe.
Mi sentivo piegare le ginocchia. Una per una, la rotula a rotulare via. E senza rotula, dai, che roba eh?!
Flash, scatti e scatti rimbalzare tra una sinapsi e l’altra, a fotografare attività cerebrale in movimento.
Sebbene lento, pur sempre movimento.
Assolo. Drums. Basso. Lights. Thousand lights.
Spento. E poi paura. E buio. Un omino calvo, coi baffetti accenna un moonwalk e poi accende un fiammifero e fa “da questa parte prego”.
E tremavo. Perché, diamine, perché? E si affollavano pensieri e pensieri. Eppure la scorsa settimana ho operato il tour della salute, che avviene con alquanto poca precisione ogni un tot; giusto per verificare la disponibilità di questo corpo a sopportare il contenuto.
Diagnosi: a parte il fegato che se ne va a spasso con la cistifellea come fossero due vecchi ubriaconi [ ti ricordi quella volta che hai pisciato contro la Mole? Come hai fatto a centrarla me lo sono sempre chiesto.. dovrebbero fargli controllare le fondamenta. Non mi è mai parsa troppo stabile. Ma qui d’altronde si muove sempre tutto], e un mal di testa incurabile, perché certo che la salute si paga se si tiene uno stile di vita poco adatto alla tua età [ già, in realtà, io ho 97 anni ], ma come dicevo, a parte queste quisquiglie, io-sta-vo-be-ne.
Quindi, la faccenda si stava faccendo. E lo facceva criticamente. Mi sentivo un po’ come un rombo che si cerca di far quadrare.
Ma che ognuno sia quel che sia, che al resto ci pensa chi di dovere. E se ognuno pensasse per sé allora andremo in rovina. E se ognuno facesse quello che vuole saremo fregati. Se tutti buttassero per terra le cartacce ci ritroveremmo a nuotare nell’immondizia.
Come se non lo facessimo già.
Mentre mi contorcevo per i brividi causati da un cubetto di ghiaccio cascatomi nella maglietta, un pensiero si insinuò prepotente nella mia testa. Rimbombando un sacco anche. Probabilmente stavo morendo. Non c’era dubbio. O almeno, non essendo mai morta prima, beh, forse proprio la certezza assoluta no. Diciamo che non ci avrei messo la mano sul fuoco. Ma quella di qualcunaltro, perché no? E già mi prefiguravo funerali made in china, io nella mia cassa plasticosa di resina ultra resistente bordata di fucsia, con lo strobo interno. Vestita per l’occasione. E con un cambio. Perché non si sa mai chi si può incontrare, magari un pezzo grosso e allora, meglio non farsi trovare impreparata.
E poi, passo e ancora passo, come spinta da una forza sconosciuta, un po’ jedica.
Mi accosto al bancone e ne ordino un’altra. E poi, e poi ordino qualcosa di più alcolico, che mi faccia digerire gli ultimi residui di scazzo. E poi, e poi, sbam, ci inciampo contro, perché lui è piccolino, lui e i suoi ridicoli baffetti e la sua crapa pelata. Scusi. Mi fissa. Oh, smettila di fissarmi, penso. Lui coglie il disappunto, mi si pone di fronte e se ne va, camminando alla Micheal Jackson. Avrà fatto quello per tutta la vita, immagino.
Comunque, dicevo che stavo per sembrare morta, al chè il freddo si è tramutato in caldo. Mi tolgo la maglia. E basta. Non è il caso di dare spettacolo. Ma che c’era in quella birra?
Poi lo vedo. Là. Lo guardo. E lui, già, lui mi sorride. A me. E io, io non posso continuare sulla vecchia e dissestata strada che mi porterà lontano, troppo per i miei gusti guasti. Un mio amico una volta mi ha detto che i problemi galleggiano benissimo e quello che poi si ritrova a fondo sei tu.
E così gli sorrido. Di rimbalzo. Colgo al volo l’occasione. Lontana dal bancone. A prendere una boccata d’aria.
Sospiro. Un incantesimo. Ci voleva, ci voleva davvero.
L’altra sera discutevo a proposito di un argomento che mi fu molto a cuore durante la giovanezza.
Viene fuori durante una serata che di spensierato non ha nulla [chi mai fosse venuto a conoscenza degli strascichi di certe discussioni potrebbe avere un attacco epilettico nel ricordarli], quindi, riconferma il mio poco senso dell’adattamento a ogni tipo di situazione.
Si parte da Darkwing Duck, integerrimo difensore, dal becco paperuto, di giovini fanciulle e popolazioni soggette a cattivi assetati di potere. Sempre dal becco paperuto.
In una puntata del cartone a lui dedicato, il mitttico supereroe si trovava a che fare con qualcuno che voleva fare qualcosa, non ricordo di preciso.
Beh, io non ho mai detto di avere una memoria di ferro.
Fatto sta che l’unica cosa che ricordo e che, all’epoca mi segnò molto, fu la questione dell’impossibilità della mente umana di non formulare pensieri. Io, giuro, c’ho provato a smentirla, ma è praticamente impossibile.
Rifletti.
Prova a liberare la mente.
Un po’ di più.
Un po’ di più.
Un po’ di più.
Basta così.
Ecco ti sei già distratto.
Riproviamo.
Libera la mente da tutti i tuoi pensieri.
Bene.
Stai liberando la tua m e e e nte.
Non distrarti.
Ma cavolo! Andavi così bene!
Non devi pensare che devi liberare la mente perché anche quello è un pensiero! Ciuccio!
Ecco, come facevo notare in questo esempio di “creazione di spazio intercervellare” la cosa è impraticabile. Almeno, io non riesco.
Ad un certo punto ho anche considerato che magari andando in uno di quei centri indiani&co., dove fanno massaggi con olii strani e incensano l’ambiente con bastoncini dagli aromi sospetti, forse, avrei potuto raggiungere il mio stato di a-pensiero. Però non ci ho ancora provato. Ho creduto che l’idea di tutti quei soldi buttati nella tazza con tiramento della catenella al seguito mi avrebbero impedito di rilassarmi completamente.
Poi ho pensato ( ari-daje ) che forse un mago avrebbe potuto ipnotizzarmi e annullare ogni tipo di elucubrazione mentale della soggetta in questione, cioè io. Ma come potrei non avere alcun tipo di pensiero di fronte a uno imbardato come il Divino Otelma? A quel punto sarebbe meglio essere anche muto, sordo e cieco, non solo senza pensieri.
Comunque sono alla ricerca di risposte.
E continuo a sostenere che certi programmi televisivi non sono adatti a dei pargoli innocenti e indifesi. Gli effetti sono incontrastabilmente alla portata di tutti.
Amo essere la prova vivente di una qualsivoglia cosa.
Mioddio.
Sono proprio una donna. Non che io avessi dubbi sulla mia identità sessuale e/o fisica, fin lì, insomma, ci sto ancora. Il fatto è che di fare l’eroina del triste romanzo rosa in cui la giovine protagonista in-pieno-rigoglio-ma-frustrata-sentimentalmente si dà allo shopping e al cambio del look mi dà l’impressione di blasfemizzare il mio essere e di confermare le tesi di quei misogini che vedono la donna come casalinga & sperperatrice di denaro. Sì, le sofferenze e manie aggressive degli ultimi giorni hanno trovato sfogo in queste due attività che in condizioni di sanità mentale non affronterei con tale cipiglio e serenità. Ma soprattutto godimento.
Certo che, beh, le scarpe nuove sono davvero belle. Già, credo che abbiano riportato il mio livello d’umore un po’ più in su. Scarpe da ginnastica. Coi pois. Diciamolo, i pois sono decisamente trasgressivi. E poi abbiamo già instaurato un rapporto di affetto reciproco. Pensavo di chiamarle per nome. "Puaz" mi suona bene.
E poi ho stabilito, vado a farmi tagliare i capelli. Una spuntatina. Giusto perché il taglio dei capelli indica una nuova consapevolezza di sé, la scoperta di necessità diverse da prima, un distacco dal passato, e il ribrezzo per le doppie punte.
Oh, io vado sempre in crisi quando mi amputano la zazzera. Per una settimana vivo trascinandomi perché la mia persona fa fatica ad abituarsi alla sua esteriorità sfregiata. E poi, io non so spiegare, a quello che chiameremo in amicizia “cesare mani di forbici”, come voglio che mi stiano i capelli.. Inutile che mi proponga di essere la copia sfigata della modella di turno, io non ho abbastanza fegato per dirgli di sì. Così mi limito a vorrei accorciarli un po';
al chè lui inizia a sparare termini derivanti probabilmente da qualche lingua mesopotamica :
li scaliamo? e se li sfoltissimo? preferisci il ciuffo o la frangia?
Eeeeeh!? Io intanto, mentre mi chiede da che parte porto la riga, penso “ma ti pare che io abbia la faccia di una con le idee chiare?” e allora mi parte l’insana proposta : fai tu!
Ecco, mai, mai fidarsi del proprio parrucchiere, soprattutto se pelato! Credo che un giorno potrei ritrovarmi con un ciuffo-banano sulla testa. Buona occasione per installarmi in Piazza Castello e cantare vivaaaaaaaaaaaa las vegas vivaaaaaaaaaaaa las vegas, mimando il Re.
Dipingimi distorto come un angelo anormale che cade
Offendimi, se odiare è un crimine il prezzo è uguale e fa male
E vedo te, io e te, niente conta in fondo
Illumina, annulla le paure, o luna, nulla è uguale
Sarò così, onesto come se tu fossi il mare, il mare
E vedo te, io e te, niente conta e crolla, crolla
E vedo te, io e te, niente conta in fondo.
È tutto così dannatamente ciclico. La luna, le maree, le stagioni, il passaggio dal giorno alla notte. Circondati dalla circolarità. Dal tondo.
Che bruci, la luna. E’ solo una sovrapposizione di luce impropria.
Mai qualcosa che si fermi. Non un momento che si possa ripetere all’infinito. In loop.
Distintamente distinguo le note. Si ripetono sempre uguali, la stessa canzone. Come allora. E come allora, una sera uguale a questa. Con strascichi di notti insonni tra parole e parole e bottiglie e bottiglie. Con lo stesso pensiero. Con le stesse occhiaie di allora. Tanto che non ho più il tempo di rendermi conto che ne è passato. Di tempo.
E sembra ieri, o forse è stato solo un episodio venuto a dilatarsi per mesi e mesi al punto da annullare qualsiasi percezione.
Un armistizio prolungatosi a oltranza, senza controllo.
Mi preparo al tonfo. Se la luna fosse buia abbastanza da inciampare in un raggio di luce che non ha, potrei anche dimenticarmi di tutti gli errori che una vita contiene. Me ne terrei alla larga, lontana abbastanza per impedirmi di essere più logora del solito.
E invece è solo un altro modo per ricordarmi che tutto torna. Come sempre.