sabato, 25 novembre 2006

Capite, non è che sia cretino. È solo che lui tiene tutta la sua farina nel sacco e non la tira fuori.
E di farina ce n’è una cosa esagerata. Tutta quella della Nuova Zelanda, del Congo e del Portogallo messe insieme.
Vedete lui davvero, non scherzo, non è mica cretino è solo che gli piace , gli piace in un modo cinico e presuntuoso far credere di esserlo.

 

                       

Mio fratello. Chiamalo come ti pare : Ciuoto. O Puzz. O Fred. O Perry. O Carlo. O Vladimiro. Inzomma, basta che lo chiami che lui collcavolo che ti risponde altrimenti.

Oggi me l’ha menata un  sacco col fatto che io non posso fare il coretto molto mistico e da accompagnamento di carmina burana che fa lui quando estrae dal cassetto delle posate il suo cucchiaino reale. Perché lui ha il cucchiaino reale, non so se mi spiego.

Esempio utile nella comprensione della deficienza di ordine sublime del mio consanguineo:

Non ci sono più cucchiaini, perché sono tutti da lavare e/o asciugare (e io ceeeetttto che mi metto a farlo)?
Allora faccio per prendere l’ultimo nel cassetto, che, thò, combinazione è quello reale,  e subito lui si materializza al mio fianco e mi strappa con un balzo l’oggetto del desiderio dalle mani. Eccheè? Manco giocassimo a patata bollente o si dovesse allenare per qualche film d’azione alla Rambo.

Bada bene tu essere plebeo che non sei altro, non t’azzardare mai più a prendere il cucchiaino reale.

Che poi cos’avrà di speciale? C’ha il manicozzo di plastica verde che se vogliamo è pure antiestetico perché è un verde tipo puffo con l’ittero.
La cosa mi disturba un po’. E mi fa riflettere.
Mumble mumble.

E poi c’ha sta fissa che lui è uno stritolatore di polsi e allora subisco violenze inaudite. La tecnica è sopraffina, non mi lamento, fa sempre piacere subire aggressioni da dei professionisti, però.. uhm.. poi ho sempre la mano penzolante dal resto del corpo. Che fa anche senso, vuoi mettere?

Che poi vogliamo dire che ha spacciato per sua una composizione della sottoscritta per il compleanno di un amico? Tutto ciò per qualmottivo? Oh, di certo si tratterà di una squinzia che gli gira intorno. O che lui ha individuato come possibile preda, il finto-romantico-spacciatore-di-mie-opere-che-se-poi-quella-ci-sta-sarà-meglio- mi-faccia-un-regalo.

Ma io devo uscire! Acc. Sta a vedere che Pifferloman m’ha fregato il posto in bagno. Perché lui si deve fare figo. Vaggiàbbene che io lo sono già e non ci devo lavorare troppo sopra.  Augh.


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martedì, 21 novembre 2006

 

Today is grey skies
Tomorrow's tears
You'll have to wait til yesterday is here


E che fa la luna?  Sta lassù bianca e tormentata e strappa coi denti resti che neanche sapevo di avere addosso e che prudono.
Non è che l’amore va e viene, non c’entra nulla, in realtà. È che alle volte ci si sofferma a trattenere il respiro perché non si sa nulla di queste cose. E lo si trattiene perché quando non si sa come affrontare la vita è così che si fa. Ci si trattiene.
Qualche volta si continua a seguire le righe di una pagina bianca enorme, così grande che ci si può camminare, sulle righe. E saltare tra uno spazio e  l’altro, tra una parola e l’altra. Tra un articolo e un verbo. Tra un nome e una virgola. E i punti. I punti, quelli sono importanti. Sono un po’ ciò a cui ci si può aggrappare; ma è tutta una farsa. Un po’ come i pianeti. È che sono convinti di essere immobili e invece guardali, guarda come girano.

Ho perso la perfezione, l’ultima possibilità e il burrocacao. Così mi screpolo con tutti quei flash che pulsano dentro. E che bruciano una corteccia che già hanno intagliato di cuori e iniziali maiuscole.

Provo a ricordarmi come le nuvole bucate da pallottole schizzavano tutto quel sangue lattiginoso. Ma non me lo ricordo. Nessuno è perfetto.

E di vergogna non se ne legge neanche un po’, sfogliati tu piuttosto. O smetti di respirare. E poi spiegami come puoi. O stai zitto. Sta’ zitto per favore.

Una mosca che si sfrega le zampe, che quasi non le ha, e sta pronta a sbattere le ali per non essere sbattuta.
O una seconda voce che stona e fa perdere il filo alla prima.
O un soldato che corre  e poi cade e non sente più nulla, solo gli amen che gli rimbombano sotto l’elmetto.

Presa in questo essere, tra il rumore che fa e il silenzio che si acquatta, passo dopo passo, saltellando da un sasso all’altro che si staglia lungo il corso che scorre. E ad ogni salto è come se milioni di occhi mi girassero intorno, dandosi il cambio tra un battito di ciglia e l’altro, solo per poter avere ogni singolo frame di una vita che avanza.

Ogni respiro che fai, lo riprendo per averne uno anch’io.  Dentro e fuori.

E se dovessi vivere un sortilegio che fa diventare pazzi, lascerei a ieri tutto quel che c’è da pagare. Il conto e pure la mancia che non ho mai dato. Perché io non ci credo, nelle mance.

Un giorno andato, così, perché sono solo 24 ore, no? E poi è già un altro giorno. Fatto e impacchettato. Solleviamo il bicchiere a ieri. Cin.


Sulla mia lapide vorrei fosse scritto:
Te l'avevo detto baby,
che stavo molto male.
Tom Waits


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sabato, 18 novembre 2006

[Noio – volevam, volevòn savuar -- l'indiriss – ja?!]


L’inglese.
Una bella lingua, rinomata, tipo il tartufo d’Alba. In effetti non ci avevo mai pensato; se non me l’avesse fatto notare in modo così palese introducendo il discorso penso che non ci avrei mai riflettuto abbastanza, sulla questione.
 

[N.B. questo post si arroga in modo arrogante il diritto di non utilizzare alcuna nozione di linguistica generale frequentato dalla sua autrice, tantomeno a proposito di linguaggio IPA. Per chi pensa di non poter sostenere un affronto simile o di poter avere un attacco emo-cerebro-cardiovascolitico è sconsigliata la lettura, mentre caldamente suggerita la rilettura del post del 2 ottobre. Così. Tanto per.]


La questione:

Quella delle mie 5 parole inglesi preferite.


5 e no di più. E nemmanco di meno. ( nemmanco deve essere una delle mie parole dal suono astruso e raffreddato preferite della lingua italiana; apprezza l’assemblamento di fonemi dal modo di articolazione nasale – lo apprezzeresti un sacco se, poi, io fossi conciata come il sommelier di Gusto, con giacca blu e fazzoletto nel taschino per asciugare la colata di vino che mi esce dal naso dopo averlo immerso nel calice beota - io in questo momento di influenza comunque colgo l’assemblamento in modo particolare).

Ovvio che la scelta non è semplice. Allo stesso tempo è scontato che uno possa cambiare opinione così come è abituato a cambiarsi le mutande. Certo per qualcuno potrebbe essere un po’ limitativo, ma sorvoliamo. Ecco, sorvoliamo.

Ma facciamo le cose perbene (come farebbe una anziana signora dell’alta società con problemi di gotta e un odio viscerale per i ragazzini con le lentiggini).

Al 5° posto si aggiudica la medaglia di carta a quadretti cinquemillimetri per cinquemillimetri, il vocabolo  

Highway

Da leggersi “ahuei”.
Ovviamente sarebbe al primo posto se si leggesse “ahò-uei”, ma questo non è, per cui resterà relegato al quintuplo postuplo.

Al 4° posto abbiamo

Amazing

Conosciuto come “ameizin”, qui, lo ritroviamo come “ameizen” citazione dotta dalla canzone di quella rana-dalla-bocca-larga (ma lo sai che ti adoro, Steeeevie) degli Aerosmith.

Direttamente al podio.
3° posto per

Baby

Pronunziato “beibi”, non si può evitare di ricordarlo in più fortunate occasioni in compagnia di my (ma’beibi).
Bei tempi quelli di Dirty Dancing dove un mezzo nudo Patrick Swayze, in compagnia di una sconosciuta attrice dell’epoca, danzavano balli proibiti. E, lei, si chiamava Bebi nella versione italiana (tutto ciò probabilmente per non confonderla con quello che sarebbe stato un Beib maialino coraggioso).

Ma al 2° posto, medaglia in acciaio inox diciottodieci (sono povera, checcivuoifà) abbiamo

Absolutely

Leggesi “absolutli”.
Poco da dire perché ci emozioniamo (ma chi?) al solo sentirlo pronunciare. Specie se da qualcuno dal fare risoluto e da intellettualoide (con gli occhialetti, ovvio!).

 

Fila direttamente al 1° posto della classifica ( in accordo con la giovine che mi ha dato spunto di riflessione), un classico, il solo e unico

Unbelievable

da leggersi rigorosamente “anbellivabol”(sì mi piacciono le pronunce sboccate degli yankees, fanno così popolazione autoctona).
Felicemente noto grazie alla canzone “you’re unbelievable”, più sovente l’abbiamo incontrato in situazioni surreali e improbabili come:

la presenza di Leone di Lernia sull’isola dei famosi ( e sì che lui è famoso per davvero)
ANBELLIVABOL

la scoperta che l’uovo viene prima della gallina ( a quanto dice il professor John Brookfield dell'Università di Nottingham)
ANBELLIVABOL

Fuck è l’acronimo “fornication under consent of the king”
ANBELLIVABOL

MacGyver non è immortale (ma ti tses fola!!)
ANBELLIVABOL

 

Infine, menzione speciale, di simpatia, per

Boogie woogie    

Nota come locuzione inglese dalla traduzione non univoca. Forse soprannome ricorrente negli ambienti neri di Chicago nel primo Novecento. Forse suono onomatopeico riferito a strumenti di accompagnamento. Forse traduzione di “danza oscena”.

A me piace solo dirlo. “Bughi uhghi”. È tutta un’altra storia.


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martedì, 14 novembre 2006



Vorrei un tè.

Da bere caldo, col fumo che sale in su. Come un trapezzista in un circo col tendone giallo e azzurro sporco, con mille lampadine che illuminano la pista e fanno da separè al pagliaccio che piange laggiù, con le lacrime che si trattengono sulla pelle bianca di cerone che non va più via..
Aspettare che uno spicchio di luna si tuffi nella tazza perché non ho voglia di alzarmi e tagliare una fetta di limone.
Una tazza di quelle dal bordo spesso, che quando ci appoggi le labbra le senti, sai che ci sono.
Bianca, perché la bustina di tè non si lasci distrarre da colori o fantasie psichedeliche e faccia bene il suo lavoro.
Sulla poltrona, dando le spalle al mondo, supponendo che girerà lo stesso e che poi girerò anche io.

Io vorrei solo un tè.

Suppongo che quello che c’è stia soffocando, lì, sotto il controllo che tengo. Troppo stanca, decisamente troppo.
Sussurrami nell’orecchio così che possa addormentarmi col sapore di una favola senza rospi e fatine che pizzicano la r. Abvacadabva.

E poi ripenso all’ultimo tè preso insieme, a come bruciava, a come soffiavo. Che quei giorni erano volati perché lì di vento ce n’è sempre a manciate. Un vento freddo, di quelli bastardi, che ti prendono alla gola, alla testa e allora devi girare imbacuccato dalla testa ai piedi per non perdere pezzi per tutti quegli scalini sempre da salire e mai da scendere.

Di quando in quando, mi chiedo dove si finisce. Dove ci si perde, che capita, anche se uno pensa di conoscere bene la strada. Ed è poi vano cercare una bussola dal rigattiere all’angolo, che più che lampade ad olio e ritratti polverosi di contadinelle paffute non ha.
È triste immaginare un dimenticatoio dove finiscono tutte le cose passate. È triste pensare che si sia solo parte di un passato, io e te. Che tu te ne vai.

Ora che siamo qui, così lontane, tutti gli errori li spazzerei via, e la pena che sta la strizzerei per tirarmici fuori.
E mi sento che sto bene, ma potrei stare meglio. Che forse sto dormendo, o mi sento troppo insignificante oggi. E che non sono monosillabi di scazzo i tuoi, che non sono solo frasi senza un punto perché non te ne frega niente.
Che non stiamo costringendo due vite che si allontanano a stare vicine.
E di colpo i biglietti dei treni costeranno quanto un chupa chups, il lavoro farà a meno di me, gli esami spariranno.
Ho perso un pezzo di te che riprendere proprio non si può. Ho tralasciato pezzi di me, che poi una volta raccontati su carta, non ti fanno né caldo né freddo, vero?

Ma ascolta. Siediti qui con me, ti piace ancora il tè? Tra un sorso e l’altro, forse, potremmo riempire un po’ di silenzi.
Porta solo un po’ di zucchero, puoi?


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venerdì, 10 novembre 2006



Garçon!...Another day in paradise, please


Io non credo che per me sia impossibile abituarsi all’idea del paradiso. Io dico solo che non ci credo.

Qualche sera fa, di corsa, come al solito, con l’idea del ritardo che mi sta sempre addosso e quella di migliaia di scale da fare mi sono quasi scontrata con un bambino. A quell’ora? Così,  per la strada? Ma dico, e i suoi genitori? Un piccolo esemplare di uomo “ biondo, boccoluto, razza bianca, 2 anni, probabilità di vita elevata [defibrillalo per sicurezza] ”.
Beh, sì, ammetto di averlo immaginato con un fazzolettino a mò di mutanda angelicata e due alucce spuntanti dalle scapole. Ecco, questo cherubino al mio incedere precipitoso, alza la mano e fa

IL

(a-a-a-a-o-o-o-h)

(coro gregoriano
luguber et spaventossissimus
di quelli che ti chiedi
"ma che razza di gente prenda parte ai cori parrocchiali??"
)

(bah)

dito.
Sì, quel moccioso pronto a farsi un brufoloso, chiatto, miope, pelato uomo, me l’ha fatto. Vogliamo riflettere su come stanno crescendo questi bambini? No, ok, va bene, lo capisco, mi adeguo, ma poi non venite a dirmi che il mondo va a rotoli. [rOtOlOrOtOlOrOtOlO]

E comunque, da allora, il mondo per me non gira più nello stesso verso.

Ma l’avevo rimosso.

# Nonostante ciò, oggi, gira in un modo che mi dà gusto.

 


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giovedì, 09 novembre 2006




E non c’è nessuno che abbia quel sorriso.

E lo portano via.
Cosa si fa per una notte insonne, quando tutt’altro avresti da fare. Come dormire. Prende il pensiero di quando il sonno arrivava presto e ora sta con un pugno attaccato al cuscino, immaginando piume accartocciate che chiedono pietà.
E arriva l’onda di compassione per la propria condizione. Un calcio che rappresenta il muoversi granello più granello, sale che brucia.

 


Bam bam
.

E va via.
E partire per un paese in bianco e nero. E basta con  il barocco. Lato a lato. E tutto quel che c’è è un essere che si sbatte per terra alla ricerca di ossigeno in superficie.
E senti qua.

Bam bam.

Il passo che lasci. Quello che strisci e neghi. Che non è condizione umana. Dannazione.
Punto per punto, una sutura ripiena di perossido, quanto quel che bolle in testa. Che schifo.
E c’è solo sabbia che entra nelle scarpe, e poi scivola via. E lascia quel che lascia un pugno nello stomaco. Il fastidio, la sensazione che non dovrebbe starci, lì.

Una mano che schiaccia i tasti come a comandare marionette [spiegami come fai] che senza fili stanno su perché la forza di gravità è solo un’opinione, nel mondo in bianco e nero. Dove tutto sta sospeso ed è solo un girare in tondo di anime che sbattono in volo contro rocce. [ho male]. Pensi di riuscire a salvarmi da questo inferno? 

E un cuore che si perde nel fare mondano del tuo parlare.

E se forse si sentisse l’odore dello spettacolo di fuochi di qui, perdere la strada sarebbe meno facile. A seguire un’esplosione di nervi stesi da un capo all’altro di corpi bruciati vivi [perché].

Perché non è una foto da un passato lontano che arriva in bianco e nero, ma una realtà così chiara da portare al massimo i contrasti, tanto che a restarci c’è solo il nero del contorno che cerca di sfocarsi con la luce che i fari da migliaia di watt puntano addosso.
E poi te ne vai. O è l’ombra mia che se ne va.

Bam bam.

L’imbarazzo per la condizione dell’uomo [sfugge] che quel che lascia poi vorrebbe rincorrere. Una corsa a girotondo tra bambini che arrivano, vecchi che stanno e di nuovo bambini che se ne vanno.

E vedere poi pezzi di cielo piovere giù. Scarabocchiati dall’uomo che muove le mani a tempo del ritmo a cui si sbatte l’anima sua.

Bam bam.

Un corpo che si scuote su una sinfonia [come fai] e sembrano mille braccia. E gambe che si accatastano come legna pronta a prendere fuoco. Carbone che tiene fluido il sangue che scorre attraverso le tue vene. A tagliarsi. Sicuro?

E chi ti regge il sorriso? Come pesi ti portano giù gli angoli della bocca, tutte quelle parole, e quelle note e, quelle galassie spruzzate di borotalco per asciugare le lacrime che ci annegano, e quei mondi che stanno paralleli, ma non hanno tutte le nostre manie di protagonismo e  se  ne stanno buoni in un angolo di un cosmo troppo piccolo per la personalità strafottente di uomini come noi, e quelle lune che girano illuse, e che avrebbero voluto nascere sole. E poi, dimmelo,  che aspetteresti? Il punto di vista che oppone quel che vuoi a quel che deve andare bene. E baby, se esci pazzo non domandarti la colpa dove sta.

La mia mano. E gli occhi. E i capelli. Dimmi come fai?

 

 


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venerdì, 03 novembre 2006

Un cd per te

 

PRESO BLU

Piove. Un abbraccio e il freddo non so più cos’è. Dopo anni di pioggia.

AMANTIDE

Ad aspettare, con una sigaretta tra le labbra. E la pistola nella tasca della giacca di pelle viola. All’angolo del portone. Strappa  via la sigaretta come un cerotto da una ferita. Illusa dalle sue stesse illusioni. E stai per piangere.
Sorrisi costretti, incorniciati nei capelli più corti per farti sofisticata.  A vivere amori affollati ci si ritrova soli, con gli occhi neri di rimmel.
Nei sogni e nei risvegli se riesci ora scegli chi sei tu.
Si apre il portone.
E cadono piume dal cielo.

GIORNI A PERDERE

Passano i giorni, giorni a perdere per notti a far finta che sai vivere. Gambe che scendono dal taxi insieme alle amiche. Troppo truccata per nascondere cicatrici che sulla pelle non si vedono. Troppi sorrisi per essere veri. Tra corpi che sudano l’oppressione del giorno, baccanali  e poi basta. Ammassi di carne  tintinnanti monete su un bancone, per riempirsi lo stomaco e la testa di alcool.
-Piacere, sono tuo- E tu scappi, che non puoi nemmeno sopportare te stessa. Le luci fatte troppo forti e sbatti tra una spalla e l’altra e sputi risate come a sboccare.
Fuori, scappi ed esci fuori, fuori dai rumori. È notte limpida di stelle, tra le insegne, stelle, di bambina, stelle indifferenti... e scoppi a piangere.

QUESTO DOMANI

Questo domani che non tornerà a cercarti.
Questo domani non dipende dai tuoi sguardi.
Questo domani  solo vivere e accettarmi.

E allora capì che c’era speranza. Che la vita ce la scegliamo. Nessuno può impedire ad un altro di vivere.
Aprire la bocca e sussurrare “ è  finita”. Perché non si urla in presenza di un morto. Punto.
A capo.
Ripensandoci non sei poi così fragile.

SALTO NEL VUOTO

Scelta per non decidere. Sbam.

TUTTI I MIEI SBAGLI

Una gita sulla costiera amalfitana non è degna di questo nome se il giorno dell’arrivo non inizi il diluvio universale.
Ma nulla a fermare gli intrepidi liceali. A scalare gradinate che si scontrano, si biforcano, si storpiano. Confinate tra muri di rampicanti, bagnate dall’aria grigia più bella che abbia visto. Punta d’aghi che affogano i pensieri. Scalini, scaloni, scalinetti, scalozzi. E le gambe cedono alla vista di una panchina sotto la finestra di una casa bianca di un grigio che la pioggia lava via. Rimasta indietro, in compagnia di un’ottima solitudine. Tre giorni di pessime battute, parole affilate e desideri inconsci di omicidi. Dalla finestra socchiusa “
tuuuuuu  affogando per respiraaare imparando anche a sanguinare nel giorno che sfuggeeeee il tempo reale  “.
 
E immaginarlo steso sul letto ad attorcigliare i capelli, a pensare a che gran casino ha combinato, lui, dietro quella finestra. Farsi fregare così, da dei capelli blu. Mi chiamano. Glielo dirò un’altra volta di non arrendersi agli sbagli, che se si dovessero contare tutti quelli che una vita può contenere arriveremmo a vedere il mondo smettere di ruotare.

L’ERRORE

-Presto presto!-
-Cazzo, fai in fretta. Prendili tutti-
- E muoviti-
-Arrivano-
Una corsa a fottere il tempo. E già le sirene. Gambe, gambe, gambe. Muscoli più ossigenati per lo sforzo. Corre-corre-corre-gradini-salto-corre-corre-si-aggrappa-al-lampione- gira-l’angolo-e-corre-corre.
Il vuoto accorcia le distanze, in fuga e costantemente pronto allo scontro. Si volta. Solo e a fondo. I compagni spariti. I soldi al seguito.
Pensiero al volto distrutto dall’idea di una vita da affrontare senza metà. Il volto che l’ha aspettato tutte le sere dopo il lavoro con la cena pronta in tavola. Corre corre corre. Sirene e grida. Non fermarti non fermarti. Fermo. Lui, il ragazzo che si trova a fare l’uomo di casa. Lacrime amare che bruciano un cuore gelido di lutto. Sarà quella la sensazione di schifo.
Solo uno schianto più acuto nel cuore.
Piombo.

DIABOLUS IN MUSICA

Sei quello che è stato. Sei il mio passato che non tornerà. Sei tutto quello che desideravo avere tempo fa.
Più pathos.
Sei quello che è stato…
No! ti ha strappato la dignità, l’ha stretta e gettata. E poi riso. Di te.
Sei il mio passato che non tornerà…
Deciso, straziato, urla!
Sei tutto quello che desideravo avere tempo fa…
Fumo alla polvere. Paranoia, testa che gira. Eco interno, labirinto che ruota, luci che si spengono. E cola. Fanne a meno. Urla:
TU SEI LIBERO DI ESSERE!

DORMI

Non immagini quanto sia dolce sfiorare dai tuoi incerti sorrisi la felicità. Anche solo per pochi secondi capire che qualcosa di buono c’è in me.
Quando realizzi che cambia tutto, e cambi tu. E capisci che non serve proprio a nulla avercela col mondo intero per nasconderti dietro la paura di non farcela. Che avere qualcuno da sognare forse fa più dolce il sonno che cercavi per non pensare. Aspettare che il sonno si posi sugli occhi tuoi e averti per me.
Una carezza ancora per addormentarti e scacciare i momenti in cui non sei stato qui.

SOLE SILENZIOSO

Notte nera. Si lascia i lampioni dalla luce arancione che fanno periferia di provincia alle spalle. E poi attraversa il cavalcavia che passa sopra la tangenziale vicino al casello. E alza il volume. Dentro di te un sole silenzioso. I bassi fanno vibrare i vetri dei finestrini. Isolata in un mondo tutto suo. E dalla strada si alza un muro di nebbia, sempre di più, ad avvolgerla.  Batte il cuore, batte a fondo, gli occhi non ti si confondono. La nebbia si fa nube, la strada si fa cielo e le stelle esplodono per illuminare meglio la carreggiata.
Oh sì, l’ho sempre desiderato.

ISTANTANEE

Flash. Una linea bianca che striscia sull’asfalto. Flash. X sempre sempre e sempre all’angolo tra via Genova e corso Maroncelli. Flash. Un uomo panciuto posa una vecchia e stropicciata 24ore per togliersi il giubbotto mimetico. Flash. Una suora prega. Flash. Due nonni sotto braccio. Flash. Dei due alberi con le foglie rosse amaranto di una traversa di corso Marconi solo uno ha le foglie mosse dal vento. Flash. Senza parole è il suono della strada. Flash. La tazza di un caffè.

NON IDENTIFICATO

Sono il barabba in orbita nei secoli dei secoli. Amen.

PER UN’ORA D’AMORE

Non uno scalino in meno, per un’ora d’amore.
Per poterti sfiorare non so cosa darei.
Tra gambe a intrecciarsi, e labbra a cercarsi. Con solo uno spicchio di luna alla finestra a spazzare via l’idea del tempo che vorrei fermare.

AIN’T NO SUNSHINE

Cielo color seppia, soffocato dai fumi nucleari. Un mondo alla Blade Runner, con mostri architettonici che coprono la luce a filtrare dagli astri in un cielo troppo navigato. Appena partita per cercare se stessa, lo lascia appoggiato a quel palo di una qualche lega metallica che sa di freddo.
Ain’t no sunshine when she’s gone.

COSE CHE NON HO

Forse è perché sorrido fuori tempo, non riesco ad adattarmi e galleggiare.
E poi mi chiedo perché le persone strane invece di ricambiare il mio “ciao” si limitino ad uno stretto sorriso di labbra.

GIUNGLA NORD

La vita che vorrei.
Si fa mattino. Lasciare il letto ad un respiro solo.
Porta, poi porta, poi porta. E strada. Passi a fermarsi  sul bordo. A guardare il fiume dormire ancora,  sotto la coperta di nebbia che la notte gli posa. È il fumo andato nel sabato notte, lì ai Muri. Solo. Nel freddo stringerti.
E poi a scostarsi come una tenda, nebbia dopo nebbia, essere in due. Senza bisogno di un letto.

Nebbie di qui ci avvolgono come titoli di coda su storie a lieto fine.



[Era questo che volevo dire.]


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 01:22 | link | commenti (5) | commenti (5) [popup]