domenica, 31 dicembre 2006

Redenzione


Giolee
si sentiva un pò stressata , quindi, le prove della sua scostanza e incoerenza (post successivo) resteranno vigili testimonianze del suo essere, ma.. se tu non vuoi rovinarti le feste salta al post succ-successivo! te ne sarà grato il tuo colon e anche il tuo neurone più sensibile. Più pastasciutta per tutti
!!

postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 15:24 | link | commenti (5) | commenti (5) [popup]

Non mi conosci. E io non conosco te. Sono solo due mani che si incontrano in un secchio di acqua gelata. Strette per percepire la vita dell’altra, e per rubargliene un po’. Facciamola finita. Prima o poi.

Un passo, poi due, poi svolto l’angolo mentre le nocche si fanno bianche e mi stringo le dita nel pugno come piccole scie di astri ghiacciati in uno spazio infinito come il mio parco orizzonte.

E non sono arrabbiata, sono solo conscia della mia presunzione di essere in grado di andare oltre le possibilità umane. Applauso dallo specchio.

E non sono arrabbiata. È solo che odio questo genere di feste. I sorrisi tirati. E se non cadrò nella bottiglia sarà perché mi aggrapperò ad un cubetto di ghiaccio o perché vorrò avere chiari in testa tutti i motivi per cui evitare una futura festa come quella che verrà.

E non sono arrabbiata perché se non dormo abbastanza poi sei nervosa tutto il giorno, perché tanto ho altri motivi per cui esserlo e ora lo sono di più.

E non sono arrabbiata perché so che, alla fine, probabilmente sarò io quella che mi tirerà su da sola. E che tu, tu e ancora tu siete poi solo di passaggio. Ma grazie e arrivederci.


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 03:52 | link | commenti (4) | commenti (4) [popup]

Tu ruru tu ruru. Quanti anni hai, stasera?

Per me non ha mai avuto un gran senso dare importanza all’età perché la mia non è mai stata riconosciuta tale da nessuno tranne che da servizi a pagamento o robe simili. Mah.

Episodi divertentissimi hanno sollazzato la mia adolescenza, ma peggio ancora la mia giovinezza. Che si staglia tutt’ora su tutta la mia persona.
Ma ecco gli episodi più eclatanti.

Episodio degno di nota 1.

Dovete sapere che Me ha avuto un recente passato da istitutrice sottopagata del doposcuola. Era estate, un’afosa estate di due anni fa. Insieme a Me insegnavano alcune vecchie, gocciolanti, pensionate insegnanti bacucche delle medie del paese, oltre ad un paio di giovini donzelle tutte gige di loro persona.
Nove di mattino. E fa già caldo, e per la miseria. Sonno che abbatte le palpebre. Condizione di gaudio ideale, insomma. Io disquisisco di uno dei miei esami da studentessa universitaria con una poco avvizzita collega.
Ma ecco che sopraggiunge, con passo fascinoso e sultanino, la borzosa femminilità dell’insegnante Lady Cocca, così denominata  per la sua assurda e compiaciuta somiglianza con la famosa gallinella del Robin Hood disneyano.
E proprio mentre ero  lì che mi beavo del mio votone, l’arguzia facocera della Cocca fa  Uh, ma hai già dato l’esame di terza media?

Mmmh

Mumble mumble

Bocca aperta, sguardo tra il “adesso mi metto a piangere, lo so, lo so” e “ma io.. io ti spiezzo in duiiiiii”,  gamba che assume il tipico tic post-trauma, e sopracciglio che si inarca innaturalmente in una posa che nemmeno George Clooney (ma forse Jack Nicholson).
Al chè la mia fiducia nell’essere umano e la mia riconosciuta misericordia verso il prossimo mi fa uscire, con voce gentile e un po’ adatta ad una cerebrolesa, una cosa tipo E no..
E lei, all’altra ragazza  Ah mi sembrava che non ne avessimo di così grandi.

Episodio degno di nota 2.
Evviva, evviva, una visita al Museo del Cinema.
La compagnia è la stessa della volta prima e ciò rende il tutto vagamente piacevole. Sorrido. Ihih. L’atmosfera è sempre quella di un mondo che acquatta la realtà esterna estrapolandone il meglio e rigirandolo a suo piacimento.
Il percorso è il solito. Quindi prima o poi ci si trova a dover attendere che la pellicola del treno dei Lumière e dei vari saltimbanchi faccia un giro intero, pronto per poi essere rimesso in azione.
E allora io e “Sorrido. Ihih” ammazziamo quei pochi minuti insieme ad una scolaresca elementare nella saletta dei non-conosco-il-nome-tecnico-proiettori-a-manovella.
Passano i minuti e la lucina verde si illumina ad indicare che, sì, ora si può entrare. “Sorrido. Ihih" mi fa beh, saranno in venti aspettiamo il prossimo turno  e io annuisco conscia del fatto che Sorrido. Ihih è ricco di risorse, di cultura e di acume.
Allora mi rimetto a girare manovelle. Gira, gira, chetirigira ed ecco che la mia attenzione si sposta dalla vista all’udito. E pecchèmai?
Mi volto e Simpatica Insegnante dall’accento piemontese tutto sommato direi marcato mi apostrofa con tono apocalittico dalla saletta di proiezione con un Ma, non entri tu?
Una delle mie spalle, credo la destra, si piega verso il basso con un tonfo osseo pari ad un elefante col fiocco viola sulla proboscide sopra un cracker non salato; ed una risata soffocata, ma manco troppo, si leva al mio fianco, perché è anche ricco di prontezza di spirito. Sì, lui aveva già intuito che Mrs. Vista da Falco mi aveva scambiato per un’alunna rimasta indietro. Acc.

Episodio degno di nota 3.
Me sotto Natale si dà a guadagnar di conio perché, vero che non siamo materialisti, ma il presente sotto l’albero è sempre ben gradito e Me i soldini non li cucina nel forno a 180° per venti minuti. Così si dà di pacchetti regalo in un baldanzoso negozio del centro, pieno di ricconi e  spendaccioni. E simpaticoni pure. Come quella madama col figliolo rampollo al seguito.

Signorina, un bel pacco.

Io non sono capace di farne brutti, signora. (Sorrido falsa e rubiconda)

(Rivolta al figlio) Ma, hai visto.. è giovanissima!

(E lui) E sì. (Col tono come per dire mannaggia a te io non faccio un tubo tutto il giorno, questa mi cazzia sempre, dovevi proprio metterci pure tu con la tua giovane freschezza e  radiosa beltà?!)

Quanti anni ha, signorina?

22

22?! Oh, ma, ma (interdetta) ..io io.. (attacco di panico) credevo che .. insomma io io (attacco epilettico) le avrei dato circa non so.. direi.. (bava alla bocca ) 15 anni!

E così le ho rovinato il Natale, a lei e alla sua zampa d'albatross proprio intorno all'occhio sinistro.
Io, invece, da quando non si scende più sotto i 15 mi beo come un lombrico nella salsa di cioccolato. E che si rotola pure nei confettini argentati.

Episodio degno di nota 4.

Londra. Me, Lucy in the sky e qualche amico incontrato là sul posto. (Lucy sta sorridendo, occhiolino!)
Si decide di entrare in uno di quei pub-inglesi-che-tanto-son-tutti-belli.
All’ingresso, omone tipo P.E. Baracus. Entrano uno dopo l’altro, gli altri, io, ultima, faccio per azzardare un passo di piede piccolo oltre la soglia e quello

No, bbbbbbbbbsssstttttcccddddd

Eh?

Passport

Ah

Gli faccio vedere la carta d’identità e lui la guarda, mi guarda, “twenty-one years old??”  la riguarda e mi fa che non è valida. E io gli dico che io ho solo quel documento d’identità e che, per i mutandoni di Nonna Papera, è ben che valido! Allora, Omone brutto cattivo e nero riguarda la CI, rifissa me come per cercare un qualche riscontro con la foto e la data anagrafica e mentre me la riporge con la delicatezza di un tatanka bianco, come quelli a cui Walker Texas Ranger fa il solletico sulla pancia, mi fa un tsk  come a dire “entra va, prima che cambio idea”.
Mi sono sentita come uno dei figli del Reverendo Camden prima di entrare in un locale per i maggiorenni. Già mi vedevo il cazziatone, che poi arrivava di sicuro lo sbirro amico del babbo.

Ma, grazie a qualcuno di non ancora ben identificato, esiste Tiziano Ferro, che con la sua verve, ci ha regalato un mantra prodigioso di cui è ora giunto il momento di fare buon uso.

Per una vita senza indugi e senza rimpianti,
per un corretto uso del filo interdentale e dei fendinebbia posteriori,
per i protagonisti delle pubblicità della Mulino Bianco,
per la mia autostima scricchiolante,
per un passato senza ombre cinesi,
per un presente senza re delle zucche nell’armadio,
per un futuro senza rughe intorno alla bocca, dovute ai sorrisi di circostanza che riservo alla simpatia di persone come le sopracitate

ripetete tutti insieme a me:

Stooooop! Dimentica!


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sabato, 23 dicembre 2006



Storie di Voli InterSinaptici


Di solito quando mi appendo ad una pagina come una graffetta mi sento un po’ indolenzita.

Ciò è sicuramente portato dal fatto che io, ovvero la graffetta, faccia parte della tipologia sfigatissima, grigia e arrugginita. Perché poi lì scatta l’invidia, capisci?

Cioè, diciamocela tutta. Ci sono graffette multicolor per gente fashion, quelle a righine per le ragazzine perbene che fanno molto anna dai capelli rossi, quelle pelose per gente dai gusti perversi e quelle con brillantini per giovini di un certo stipendio o vecchi bacucchi che hanno la crisi di mezza età.
Io personalmente ricordo ancora quelle sberluccicanti della mia vicina di banco delle elementari. Metallizzate. In un’epoca in cui, quando si parlava di metallizzato ci si riferiva alla carrozzeria della macchina del papà o del cugino ricco, io custodivo gelosamente le clips che l’amichetta mi prestava, conscia del fatto che prima o poi la restituzione sarebbe stata d’obbligo. Sob.
Ed è qui allora che giungiamo. Alla descrizione del mio stato d’animo attuale. Paro paro a quello di una graffetta di quelle della mutua che si vede preferire quella superteckhnicka che pinza insieme non 2 fogli, siore e siori, ma ben 10 fogli e lo dico più forte per quelli là in fondo
[[ 10 ]], in una volta sola (le schwarzy della situazione).

Che io sia un po’ sensibile ci sta. Che io sia un po’ paranoica, insomma, se ne potrebbe discutere e forse c’avresti ragione, ma dovresti argomentare con coscienza di causa. Che io abbia disturbi psichici è tutta un’altra storia perché io non credo a queste false religioni che ci impongono i sociologi e antropologi del caso.

A questo punto si intuisce che il mio grado di dignità si spiaccica come cingomma sotto la suola della ciabatta di una suora, che pare pure blasfema, la cosa.
Ma resettando la divagazione, c’è da dire che sono indolenzita anche perché ho un sovraffollamento di idee.
Vedo omini di vetro che cantano marce militari. Elefanti in miniatura che si rotolano tra fogli di giornali vecchi. Un’auto contro un tir e un tir contro una mongolfiera dalla quale un coniglio di nome Rosamundo sparge petali di rose caraibiche . E poi sento che si paralizza tutto. La mano, il riflesso sui capelli, la luce che da sempre tremula, e pure il tipo calvo con gli occhi cerchiati di viola e il cappotto lungo che striscia sulla polvere del soffitto. E, ti dico, non è mica una grande scena, almeno potessi permettermi di aggiustargli l’angolo della bocca rimasto completamente di sbieco. Horror.

Ma, alla fine, non è come prima. Piuttosto è come ieri e il giorno prima ancora. Vuoto, dicevo.

Pensieri distruttivi, di odio, di sconsolazione nonché poco fiduciosi sono pronti a far festa.

De do do do, de da da da.

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martedì, 19 dicembre 2006




AcQua
Would you please realize,
baby,
you can stay alive.


Dubidù dibidubidui dibidibidì dibidui duidui.



Solo più crepe. So di vecchio. So di amaro. E forse di polvere.
Sento vuoto tra gli interstizi papillari. Sento il corpo secco. La pelle. Il sangue. Le budella.
Così mi do da bere fissando l’animo tuo.

Giovane, non lo sai che droga e purezza non sono fatte per il senno di poi.
Un marito che prega, una moglie che prega. Puntano una candela per una grazia, mai un grazie.

Se non hai acqua, come farai?


E in giorni così, sorvolando a bassa quota su ciò che ho e do, vedo giovani vecchi vendersi alla rabbia, alla vita sbagliata e prego di non caderci anche io, che uno schifo così non l’ho mai provato.
E di notte giro schiamazzando di non preoccuparti che il cielo prima o poi farà scendere due gocce sulla mia lingua.
Ma piovono solo secchiate per serenate non richieste. Secchiate che lasciano i capelli appiccicati al viso, creando tele di finte stille intorno agli occhi e alla bocca e al naso e rigoli per il collo che vanno ancora più giù. E mi resta una lacrima sulla punta di un dito, ma non cade, fa la timida e resta lì muovendosi a yò-yò.

Se non hai dell’acqua ti salverai?


L’anima, e il cuore e la mente mia che si dissetano con quel che passa sugli spigoli di un essere scosso e poi buttato e poi togliti.

A me? Togliti? Perché? Sei solo una pazza, col rossetto rosso che vuoi ti copra le rughe di quella bocca acre, rughe che poi sono tante quante quelle che c’hai dentro.


Sottraggo super-energia da nubi che si addensano su paesi che bombardano la città. Bombe che suonano in un’orchestra senza maestro. Archi e fiati e percussioni. E poi cori. E la gloria sale al cielo come un cane con le ali e l’aureola. Un qualche dio mi passa una mancia e mi dice di aver fiducia.
[In cosa?]

Se non hai dell’acqua come vivrai?

Nell’acqua, inspirando.
Se si trattasse di pizzi e lillà sarei a crogiolarmi su un granello di pulviscolo. Ma si parla di cotone e di margherite così mi bendo gli occhi e mi raccolgo i capelli.

Spendo le mie direzioni per strade che non ho mai fatto e che tento per la prima volta, che forse sono una scorciatoia. E poi scopro che il tempo impiegato è lo stesso e il percorso pure più squallido. Tra bidoni di immondizia strabordanti, vecchiette acide e semafori rossi.
Ogni giorno mi dai un tocco di vita. E anche se non ho acqua, sopravviverò.
Non preoccuparti. Capita. È solo una botta che buca le nuvole dalle quali gli angeli cadono in amore.

Parapapà parapapapà

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giovedì, 14 dicembre 2006


Irraggiungibile.



È  una mattina precisa. Si fa primavera di questi giorni.
Sai come fa la primavera di mattina?
Ha quell’aria che punge quando esci di casa. Quell’aria che sa di ghiaccio di un inverno notturno che non vuole andarsene e di un sole che non ha voglia d’altro se non di scioglierlo.

Scosto, per far entrare il mattino. E le macchine dalla strada sembrano suonare.

Filtra sui cristalli e pizzica a tratti. La luce del sole giallo pallido. Di quelle da lenzuolo bianco che ci avvolge. E fresca.
Apro la finestra e rugiada dai coppi scampanella di fronte a me. E sorrido, un po’ triste. Tanto che si formano cristalli tra le ciglia e giocano a scivolarci sopra. Ma scendere, mai. Non qui. 

Mi giro e il viso  che sta stampato sul cuscino ha i ricami della notte. Ne seguo ogni punto, ogni filo intrecciato dall’ago sulla pelle. E mi volto di nuovo che questo primo sole rabbrividisce tra il cielo che avrebbe voglia di spiaccicarsi per terra.
Carillon su cui si stira una ballerina in tutù.
Non ti svegliare. Non ti svegliare ancora, prima che il giorno ti rubi la luce.

E di quella luce che sa di vetro mi resta un raggio nel pugno.

Abbracci bagnati tra foglie che cadono verdi e piccole sulle nostre teste, tra l’erba sorrisi timidi per paura che sia troppo, per paura che se qualcuno se ne accorgesse svaniremmo in un soffio che sposta piume bianche che non  toccano mai terra.
Sonno tuo dolce, baci sugli occhi che posano zucchero sulle guance ruvide. E poi si scioglie e fa gocce sul lenzuolo che sa di pulito.

Mani che ti inseguono e si inseguono. Che cercano la corsa sotto la pelle mia e tua e ballano. Tintinnii. E lo specchio che sa d’acqua riflette il respiro che si fa di battiti fragili, respiri che si spezzano per aggrapparsi più stretti.
Cristalli azzurri e verdi e trasparenti che sanno d’aria e di perfezione. Con tutte quelle facce così uguali. E a ogni guizzo diverse.
E mi ritrovo nei pensieri a camminare tra gli alberi che si fanno parchi e coperte, e guardo all’insù. E sorrido. Dio, quanto sorrido. Così, da sola. E piangerei per compensare. Perché è così bello, tutto così stramaledettamente bello. E non sei qui. Non ha senso, sai?
Non sei mai stato così inafferrabile. E io mai così fragile.

Cresce, e cresce e mi riempie.

Ritorno accanto a te e sono sola come non lo ero da tanto. E le mani che cancellano dagli occhi segni che poi non saprei spiegare, che la dura la continuo a fare. Mi stringo le gambe al petto, lì di fianco a te, e, nascosto il viso tra le braccia che mi tengono, ti guardo con gli occhi sporchi di matita. Di nero. E ti vedo come non ti ho mai visto. E ormai comincio a pensare di amare solo te, di volere solo te.
Non svegliarti. Non ancora, ti prego. Sarebbe come far svanire tutto l’amore che c’è. Che ho.

E vedo gli occhi tuoi sprimacciarsi , le mani, amore mio,  che si stringono e mi sfiorano. Le dita tue, una ad una, posarsi sulle mie, come se tu fossi il migliore pianista che io abbia mai sentito. Il sorriso schiudersi sulla bocca che mi ruba il fiato.


E poi apri gli occhi per davvero. Schegge e rombi e figure di vetro. Incollami. O asciugami il cuore.
E mi sciacquo la faccia.


E urlavo muta alzando il volume dell’autoradio, facendo vibrare il lunotto dell’auto. E non eri lì. Non eri lì. Rimasto su quel prato tra parole che ho già dimenticato e sorrisi che mi stracciavano il corpo e l’anima tutta.

Resterai?

postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 03:33 | link | commenti (16) | commenti (16) [popup]
martedì, 12 dicembre 2006

Chiamami imprudenza, o chiamami schiettezza,
 io più che altro noto l'isteria che viene a galla.



Niente ero lì, pascia dei miei sensi e comodamente abbarbicata sulle scomode sedie del corridoio. Agguantata dalla lana della sciarpa, che qui il freddo è davvero suino, perché Loro pensano che noi caldo ce lo facciamo col fiato. E grazie per non disperdere energia e calore nell’ambiente, allora. E dire che tutta questa autoproduzione di calore non deriva da un falò di calorie (che magari, dico, sai com’è, ci starebbe anche), no, no quello che brucia qua pare più che altro parte molliccia delle mie cervella. Ho il sistema nervoso che va un po’ a ritroso, o forse no, io vado a ritroso e non riesco a stargli dietro, indi quindi mi splattero come il miglior ketchup da film horror su questo muro. E come direbbe mio padre “spettacolo!” (questo gergo colloquiale made in gioventù bruciata e pure puzzosa di carbone, bah.)

Fatto istà che ero lì nel corridoio, dicevo, e collo sguardo fisso alle porte dell’ascensore aspettavo che la donna delle pulizie paciosa e scazzata, quella con la pinza molto casalinga in cima alla cocuzza, facesse  la sua comparsa.

Ed ecco che vedo, nel frattempo, con la coda dell’occhio una cosa beigeolina a strisce spigate nere con molte zampe e dimensioni tipo iguana tropicale di elevate dimensioni, nascondersi in fretta dietro le sedie. Sempre quelle dove io ero abbarbicata. O Gesù, Giuseppe e Maria, il ripudio si insinua nel mio essere. Ma che zchifo!! E allora, decido. Questo sarà l’inizio della mia nuova carriera di cacciatrice di insetti giganti  e abominevoli. Perché io odio gli insetti. Bleah.

Perdona l’infausta e orripilante corruzione della mia persona, tu, amante degli insetti, ma tutto è iniziato in un pomeriggio di 15 anni fa quando un’ape gigante mi si infilo nella maglietta e mi punse giocosa e stronzetta. Sii clemente. E ringrazia che non mi sono dilungata molto, va.


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 15:51 | link | commenti (10) | commenti (10) [popup]
giovedì, 07 dicembre 2006

È un po’ che ti aspettavo.

Fa freddo. Questo cappotto è vecchio, ma buttarlo per terra e sputarci sopra sarebbe come sputare addosso all’unica cosa su cui posso contare. Anche se, dannazione, non è nato per tenere caldo, il bastardo.

Non credevo facesse così freddo. Le luci di Natale sono così tante, appiccicate qua in giro che, beh, l’abbiamo sempre detto, dovrebbero riscaldare l’atmosfera. La città si è sempre fatta di queste cose. Di luci, palline e aghi di pino. E di Babbi Natale. Ce n’è troppi, non trovi? …Vuoi fare un tiro?

Ho provato a smettere, ma mi sono sempre chiesto perché. Perché dovrei smettere. L’unico motivo per cui potrei buttare questo stecchino di tabacco è una storia. Una storia d’amore. Deve avermela raccontata Mr. Siegal. Non mi ricordo. Io non sono fatto per ricordare,  io quando ci dovrò crepare su questo marciapiede, non ricorderò come ho fatto ad arrivarci, saprò solo che il mio ultimo bicchiere di whiskey a poco sarà servito per tenere lontano l’incubo del Creatore.

Perché quella faccia?

Ah, la storia. Sei sempre stata troppo romantica, tu. Romantica e bionda. Ti piacciono le storie d’amore. Te la racconto io, allora, una storia. Vuoi un goccio?

E’ la storia di una sigaretta. Fumo a venire che esce dalla bocca di un finto blues man che troppo spesso menava il can per l’aia. Troppo vecchio per capire che sarebbe stato meglio provarci. Quel tipo si muoveva a ritmo di tiro. E dondolava. Era mezzo sordo anche.

Lei pensava che non sarebbe arrivata in tempo perchè lui aveva deciso di farla finita. Smettere col tabacco. Smettere di dargli fuoco.

Negli occhi solo fumo, giusto per farli bruciare un po’ e scurirli, troppo chiari, di catrame. Poche cartine, e tanti fiammiferi ubriachi.

Ancora un tiro.

Lei si diceva lascia perdere le coincidenze. Che ne aveva abbastanza di ghigni sporchi. Basta con abbracci attoniti e intontiti.

Ma, alla fine, erano le solite storie che ci si racconta per arrivare a sopportare quello che dobbiamo vivere.

Uno solo.

Stare sulla sua bocca per ore. Un’esistenza insignificante, una come tante, fumata, privata di forma e via. Per terra. Eppure cosa avrebbe dato per diventare fumo tra quelle labbra. Per essere tenuta tra le dita come corde a pizzicare. Per fargli aspirare il meglio di sé.

Come gliel’avresti spiegato tu alla sigaretta che per lei non c’era più nulla da fare?

Solo per un’ultima volta.

Ed era lì nel pacchetto, appoggiato sulle scalinate. Così ingenua. Sapeva che non sarebbe tornata nella tasca di quell’uomo stanco perché sebbene fosse il limite a cui era disposto, il finto blues man, era stanco.

Vero o falso, è rimasta lì. Appena un po’ giù. Fumo altrove si dice.

Se non fumassi, non inizierei solo per evitare di essere colpito, un giorno, dalla malsana idea di mollare una sigaretta, così, in quel modo. Quel tipo doveva essere un gran figlio di puttana.

Fa freddo, non trovi?

Dovresti coprirti di più.

Se non ti avessi già, mi metterei in coda con quei porci per farmi servire un birra dalla più bionda cameriera del più sudicio locale di Los Angeles.

Dio. Hai un fiammifero?

Non le rompo le promesse. Perché non le faccio. Ma ti scriverò.

Sei tatuata su di me, indelebile come la pazzia che mi fa bruciare gli occhi, come il Bourbon dell’Eritage Club steso nel mio stomaco. Ti penserò.

No, baby, forse un cuore non ce l’ho più. L’ho impegnato da Frank. Ecco perché non lo trovavi. Ma io devo pur mangiare. E bere. Sì, non ci so vivere di solo musica, io. Almeno qui. E allora vado. Herb mi ha trovato un ingaggio e io la lascio volentieri questa città di topi, lavapiatti e disgraziati.

La tua pausa è finita, no?

E se ti sentirai morire un po’ ricordati che ho promesso che ti scriverò.

 

Restano solo più le insegne a metà lungo il boulevard. Un po’ di schiamazzi. E un po’ di vento freddo.

 

Dovrei comprarmi un cappotto nuovo.

 

 


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 22:32 | link | commenti (3) | commenti (3) [popup]

Chipmunks Show




È tutto il giorno che continuo a canticchiare una cosa che fa pressappoco così  “please would you kiss me on the cheek.. trallallerò trallalà -  plin plin - trilli trilli trulli là

La cosa iniziava ad essere un po’ imbarazzante, ma, e ripeto ma qualcuno mi giunse pochi attimi fa in soccorso. Chiariamo che io, ecco io sono una un po’ insicura, ho sempre paura che quel che faccio non sia apprezzato a dovere e quindi iniziavo a supporre che questa canzoncina poco garbasse al mio giovine fratello che stava di là a studiare.

Ma e dico ma, ora ho capito che sbagliavo a dubitare del suo amore per le mie performansis canore. Pochi minuti fa dopo essere uscito dal bagno, uè che è? Illegale forse?, passando accanto a me, ha piroettato e poi depositato con la sua grazia angelicata un tocco di carta igienica sulla mia scrivania. No, la cosa è per lo più insolita, di solito le cose me le lancia senza preoccuparsi di crearmi scompensi fisici o mentali, ed è questo che mi ha insospettito. Così, con fare noncurante ho allungato l’occhietto vispo e attento sul pezzo di carta da sedere e.. oh cielo! Il mio adorato Ciuoto, a conoscenza dei miei problemi di socializzazione col mondo tutto e delle mie fobie da autostima-che-scusa-se-posso-me-la-stacco-dalla-suola-delle-scarpe, sopra il triplo strato di carta velo profumato al tiglio, che come tu ben sai rilassa un sacco e in quei momenti, si sa, lo stress ti è nemico, mi scrisse

pliz vuddiù chiss mi on de cik!?

ihih ihih - mia risata contenuta ricca di fascino

che fanciullo pieno di buoni sentimenti.. vedi è questo che regola il nostro rapporto di amore-odio.Sono queste le cose che apprezzo.

Come quando, lui, arrivando da un’altra stanza, entra canticchiando la sigla di Uomini e donne, quel gran programma educativo di Maria-can che morde-De Filippi (Maria ammetto che sono un po’ delusa, sob). Al chè mi si avvicina col tipico passo da uomo sicuro di sé che le stende tutte al primo colpo, biascicando un po’ la scapola, che adesso che va in palestra è sempre più spessoooo. In sottofondo canticchia sempre taratatà tatatarara tatarà tatarara. Fa per porgermi la rosa, tipico simbolo di appartenenza alla schiera dei corteggiatori che con quest’offerta si consegnano nelle mani dei tronisti del caso. Mi fa una piroetta, poi sguardo da uomo ricco di sex appil e ancora si gira indietro e fa, un po’ alla malgioglio+signorini (mioddio che impressione, sto immaginando i due ballare Girl just wanna have fun):

 maria-ha, vorrei fahre unestèrnà!

Ora devo scappare che in sti giorni ad una data ora, che è ora, iniziamo a cantare la sigla di Alvin Superstar.

Alvin superstar
Alvin rock'n roll
Stravagante
sfavillante

Aaaaalvin staaaaar

Vinci proprio tutti gli scudetti

Aaaaalvin rooooock

Vanno sempre a ruba i tuoi biglietti

Alvin superstar Tarataradarataratà
Alvin rock'n roll
Alvin superstar   na na na nanananana
Alvin superstar
Alvin rock'n roll  na na na nanananana
Aaaaalvin staaaar
Vinci proprio tutti gli scudetti
Aaaaalvin suuuuuuupeeeeeeerstaaaaaaaaaaaaaaaa 

fiato

aaaaaaaaaaaaaaaaaaaar.



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mercoledì, 06 dicembre 2006


SuPerMassiVe BLack HoLe



Poche ciance. Sono emozionata. E non lo immaginavo nemmeno. E io amo le sorprese. Come

i palloncini enormi pronti a scoppiarti in testa miriadi di coriandoli;

o stelle, che ne hai mai viste tu così tante?, scorrere come sciami di api pronte a pungere,

o fiamme che, vi prego salvatelo se no brucerà,

o fiammelle celesti che sono ghiaccio, o cosa,  che si accendono a comando.

Sono ancora un po’ frastornata.

Riecheggiano come nella testa di una condottiera pronta al fuoco purificatore dell’Inquisizione, voci. O solo una. Che te lo avrei detto proprio che mi piace un sacco, ma tu non avevi tempo, Como non aspetta.

E’ che non credevo sarebbe stato grandioso, ma allo stesso tempo in tinta con il cosmo e le stelle e i pianeti tutti. Se poi tutte quelle note sono state risucchiate da aspira-polveri intergalattici allora là dentro sarà davvero una festa, con gomiti che si sfiorano, mani che ballano una specie di macarena che a quello poco si adattava, bacini che sbattono e si sfregano .

Stavo per spalmarmi  tra le braccia che mi tenevano giù [ la gravità era zero ] e non scivolavo via tra le tue dita, anche se te ne sei preoccupato. Zucchero. Cristalli bianchi che spargo e si sciolgono sulla lingua come astri leccati via dal cielo.

E poi è finito tutto. E mi resta poco, se non qualche cd e le dita. Ma il mondo sa un po’ più di buono stasera.

Gentili utenti di mondi in collisione che per evitare lo scontro mandano armate di cavalieri bardati di metallo che luccica sotto la luna a combattere per ideali di chi si gode le stelle da seduto, credetemi, ho visto i Muse.

Mioddio, i Muse.



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