Non mi conosci. E io non conosco te. Sono solo due mani che si incontrano in un secchio di acqua gelata. Strette per percepire la vita dell’altra, e per rubargliene un po’. Facciamola finita. Prima o poi.
Un passo, poi due, poi svolto l’angolo mentre le nocche si fanno bianche e mi stringo le dita nel pugno come piccole scie di astri ghiacciati in uno spazio infinito come il mio parco orizzonte.
E non sono arrabbiata, sono solo conscia della mia presunzione di essere in grado di andare oltre le possibilità umane. Applauso dallo specchio.
E non sono arrabbiata. È solo che odio questo genere di feste. I sorrisi tirati. E se non cadrò nella bottiglia sarà perché mi aggrapperò ad un cubetto di ghiaccio o perché vorrò avere chiari in testa tutti i motivi per cui evitare una futura festa come quella che verrà.
E non sono arrabbiata perché se non dormo abbastanza poi sei nervosa tutto il giorno, perché tanto ho altri motivi per cui esserlo e ora lo sono di più.
E non sono arrabbiata perché so che, alla fine, probabilmente sarò io quella che mi tirerà su da sola. E che tu, tu e ancora tu siete poi solo di passaggio. Ma grazie e arrivederci.
Niente ero lì, pascia dei miei sensi e comodamente abbarbicata sulle scomode sedie del corridoio. Agguantata dalla lana della sciarpa, che qui il freddo è davvero suino, perché Loro pensano che noi caldo ce lo facciamo col fiato. E grazie per non disperdere energia e calore nell’ambiente, allora. E dire che tutta questa autoproduzione di calore non deriva da un falò di calorie (che magari, dico, sai com’è, ci starebbe anche), no, no quello che brucia qua pare più che altro parte molliccia delle mie cervella. Ho il sistema nervoso che va un po’ a ritroso, o forse no, io vado a ritroso e non riesco a stargli dietro, indi quindi mi splattero come il miglior ketchup da film horror su questo muro. E come direbbe mio padre “spettacolo!” (questo gergo colloquiale made in gioventù bruciata e pure puzzosa di carbone, bah.)
Fatto istà che ero lì nel corridoio, dicevo, e collo sguardo fisso alle porte dell’ascensore aspettavo che la donna delle pulizie paciosa e scazzata, quella con la pinza molto casalinga in cima alla cocuzza, facesse la sua comparsa.
Ed ecco che vedo, nel frattempo, con la coda dell’occhio una cosa beigeolina a strisce spigate nere con molte zampe e dimensioni tipo iguana tropicale di elevate dimensioni, nascondersi in fretta dietro le sedie. Sempre quelle dove io ero abbarbicata. O Gesù, Giuseppe e Maria, il ripudio si insinua nel mio essere. Ma che zchifo!! E allora, decido. Questo sarà l’inizio della mia nuova carriera di cacciatrice di insetti giganti e abominevoli. Perché io odio gli insetti. Bleah.
Perdona l’infausta e orripilante corruzione della mia persona, tu, amante degli insetti, ma tutto è iniziato in un pomeriggio di 15 anni fa quando un’ape gigante mi si infilo nella maglietta e mi punse giocosa e stronzetta. Sii clemente. E ringrazia che non mi sono dilungata molto, va.
È un po’ che ti aspettavo.
…
Fa freddo. Questo cappotto è vecchio, ma buttarlo per terra e sputarci sopra sarebbe come sputare addosso all’unica cosa su cui posso contare. Anche se, dannazione, non è nato per tenere caldo, il bastardo.
Non credevo facesse così freddo. Le luci di Natale sono così tante, appiccicate qua in giro che, beh, l’abbiamo sempre detto, dovrebbero riscaldare l’atmosfera. La città si è sempre fatta di queste cose. Di luci, palline e aghi di pino. E di Babbi Natale. Ce n’è troppi, non trovi? …Vuoi fare un tiro?
…
Ho provato a smettere, ma mi sono sempre chiesto perché. Perché dovrei smettere. L’unico motivo per cui potrei buttare questo stecchino di tabacco è una storia. Una storia d’amore. Deve avermela raccontata Mr. Siegal. Non mi ricordo. Io non sono fatto per ricordare, io quando ci dovrò crepare su questo marciapiede, non ricorderò come ho fatto ad arrivarci, saprò solo che il mio ultimo bicchiere di whiskey a poco sarà servito per tenere lontano l’incubo del Creatore.
…
Perché quella faccia?
…
Ah, la storia. Sei sempre stata troppo romantica, tu. Romantica e bionda. Ti piacciono le storie d’amore. Te la racconto io, allora, una storia. Vuoi un goccio?
…
E’ la storia di una sigaretta. Fumo a venire che esce dalla bocca di un finto blues man che troppo spesso menava il can per l’aia. Troppo vecchio per capire che sarebbe stato meglio provarci. Quel tipo si muoveva a ritmo di tiro. E dondolava. Era mezzo sordo anche.
Lei pensava che non sarebbe arrivata in tempo perchè lui aveva deciso di farla finita. Smettere col tabacco. Smettere di dargli fuoco.
Negli occhi solo fumo, giusto per farli bruciare un po’ e scurirli, troppo chiari, di catrame. Poche cartine, e tanti fiammiferi ubriachi.
Ancora un tiro.
Lei si diceva lascia perdere le coincidenze. Che ne aveva abbastanza di ghigni sporchi. Basta con abbracci attoniti e intontiti.
Ma, alla fine, erano le solite storie che ci si racconta per arrivare a sopportare quello che dobbiamo vivere.
Uno solo.
Stare sulla sua bocca per ore. Un’esistenza insignificante, una come tante, fumata, privata di forma e via. Per terra. Eppure cosa avrebbe dato per diventare fumo tra quelle labbra. Per essere tenuta tra le dita come corde a pizzicare. Per fargli aspirare il meglio di sé.
Come gliel’avresti spiegato tu alla sigaretta che per lei non c’era più nulla da fare?
Solo per un’ultima volta.
Ed era lì nel pacchetto, appoggiato sulle scalinate. Così ingenua. Sapeva che non sarebbe tornata nella tasca di quell’uomo stanco perché sebbene fosse il limite a cui era disposto, il finto blues man, era stanco.
…
Vero o falso, è rimasta lì. Appena un po’ giù. Fumo altrove si dice.
…
Se non fumassi, non inizierei solo per evitare di essere colpito, un giorno, dalla malsana idea di mollare una sigaretta, così, in quel modo. Quel tipo doveva essere un gran figlio di puttana.
Fa freddo, non trovi?
…
Dovresti coprirti di più.
…
Se non ti avessi già, mi metterei in coda con quei porci per farmi servire un birra dalla più bionda cameriera del più sudicio locale di Los Angeles.
…
Dio. Hai un fiammifero?
…
Non le rompo le promesse. Perché non le faccio. Ma ti scriverò.
…
Sei tatuata su di me, indelebile come la pazzia che mi fa bruciare gli occhi, come il Bourbon dell’Eritage Club steso nel mio stomaco. Ti penserò.
…No, baby, forse un cuore non ce l’ho più. L’ho impegnato da Frank. Ecco perché non lo trovavi. Ma io devo pur mangiare. E bere. Sì, non ci so vivere di solo musica, io. Almeno qui. E allora vado. Herb mi ha trovato un ingaggio e io la lascio volentieri questa città di topi, lavapiatti e disgraziati.
…
La tua pausa è finita, no?
…
E se ti sentirai morire un po’ ricordati che ho promesso che ti scriverò.
Restano solo più le insegne a metà lungo il boulevard. Un po’ di schiamazzi. E un po’ di vento freddo.
Dovrei comprarmi un cappotto nuovo.
È tutto il giorno che continuo a canticchiare una cosa che fa pressappoco così “please would you kiss me on the cheek.. trallallerò trallalà - plin plin - trilli trilli trulli là”
La cosa iniziava ad essere un po’ imbarazzante, ma, e ripeto ma qualcuno mi giunse pochi attimi fa in soccorso. Chiariamo che io, ecco io sono una un po’ insicura, ho sempre paura che quel che faccio non sia apprezzato a dovere e quindi iniziavo a supporre che questa canzoncina poco garbasse al mio giovine fratello che stava di là a studiare.
Ma e dico ma, ora ho capito che sbagliavo a dubitare del suo amore per le mie performansis canore. Pochi minuti fa dopo essere uscito dal bagno, uè che è? Illegale forse?, passando accanto a me, ha piroettato e poi depositato con la sua grazia angelicata un tocco di carta igienica sulla mia scrivania. No, la cosa è per lo più insolita, di solito le cose me le lancia senza preoccuparsi di crearmi scompensi fisici o mentali, ed è questo che mi ha insospettito. Così, con fare noncurante ho allungato l’occhietto vispo e attento sul pezzo di carta da sedere e.. oh cielo! Il mio adorato Ciuoto, a conoscenza dei miei problemi di socializzazione col mondo tutto e delle mie fobie da autostima-che-scusa-se-posso-me-la-stacco-dalla-suola-delle-scarpe, sopra il triplo strato di carta velo profumato al tiglio, che come tu ben sai rilassa un sacco e in quei momenti, si sa, lo stress ti è nemico, mi scrisse
pliz vuddiù chiss mi on de cik!?
ihih ihih - mia risata contenuta ricca di fascino
che fanciullo pieno di buoni sentimenti.. vedi è questo che regola il nostro rapporto di amore-odio.Sono queste le cose che apprezzo.
Come quando, lui, arrivando da un’altra stanza, entra canticchiando la sigla di Uomini e donne, quel gran programma educativo di Maria-can che morde-De Filippi (Maria ammetto che sono un po’ delusa, sob). Al chè mi si avvicina col tipico passo da uomo sicuro di sé che le stende tutte al primo colpo, biascicando un po’ la scapola, che adesso che va in palestra è sempre più spessoooo. In sottofondo canticchia sempre taratatà tatatarara tatarà tatarara. Fa per porgermi la rosa, tipico simbolo di appartenenza alla schiera dei corteggiatori che con quest’offerta si consegnano nelle mani dei tronisti del caso. Mi fa una piroetta, poi sguardo da uomo ricco di sex appil e ancora si gira indietro e fa, un po’ alla malgioglio+signorini (mioddio che impressione, sto immaginando i due ballare Girl just wanna have fun):
maria-ha, vorrei fahre unestèrnà!
Ora devo scappare che in sti giorni ad una data ora, che è ora, iniziamo a cantare la sigla di Alvin Superstar.
Alvin superstar
Alvin rock'n roll
Stravagante
sfavillante
Aaaaalvin staaaaar
Vinci proprio tutti gli scudetti
Aaaaalvin rooooock
Alvin superstar Tarataradarataratà
Alvin rock'n roll
Alvin superstar na na na nanananana
Alvin superstar
Alvin rock'n roll na na na nanananana
Aaaaalvin staaaar
Vinci proprio tutti gli scudetti
Aaaaalvin suuuuuuupeeeeeeerstaaaaaaaaaaaaaaaa
fiato
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaar.
SuPerMassiVe BLack HoLe
Poche ciance. Sono emozionata. E non lo immaginavo nemmeno. E io amo le sorprese. Come
i palloncini enormi pronti a scoppiarti in testa miriadi di coriandoli;
o stelle, che ne hai mai viste tu così tante?, scorrere come sciami di api pronte a pungere,
o fiamme che, vi prego salvatelo se no brucerà,
o fiammelle celesti che sono ghiaccio, o cosa, che si accendono a comando.
Sono ancora un po’ frastornata.
Riecheggiano come nella testa di una condottiera pronta al fuoco purificatore dell’Inquisizione, voci. O solo una. Che te lo avrei detto proprio che mi piace un sacco, ma tu non avevi tempo, Como non aspetta.
E’ che non credevo sarebbe stato grandioso, ma allo stesso tempo in tinta con il cosmo e le stelle e i pianeti tutti. Se poi tutte quelle note sono state risucchiate da aspira-polveri intergalattici allora là dentro sarà davvero una festa, con gomiti che si sfiorano, mani che ballano una specie di macarena che a quello poco si adattava, bacini che sbattono e si sfregano .
Stavo per spalmarmi tra le braccia che mi tenevano giù [ la gravità era zero ] e non scivolavo via tra le tue dita, anche se te ne sei preoccupato. Zucchero. Cristalli bianchi che spargo e si sciolgono sulla lingua come astri leccati via dal cielo.
E poi è finito tutto. E mi resta poco, se non qualche cd e le dita. Ma il mondo sa un po’ più di buono stasera.
Gentili utenti di mondi in collisione che per evitare lo scontro mandano armate di cavalieri bardati di metallo che luccica sotto la luna a combattere per ideali di chi si gode le stelle da seduto, credetemi, ho visto i Muse.
Mioddio, i Muse.