La Musique des Puces
L’ho incontrato svoltando un angolo. Io ascoltavo musica più che il grigiore del tram prodotto dallo sfregare con le rotaie. Ferraglia. Mi sentivo i capelli più lunghi del solito e l’aria ci si infilava. Non era il suo solito modo di fare. Era calda e mi circondava di primavera.
Aveva gli anni calcati sotto agli occhi e strizzandoli sembrava che avessi potuto perdermi in quel labirinto di ricordi. Ha abbassato il cappello prendendolo per la tesa. Un signore, ho pensato. Si è appoggiato fermamente al bastone, come a trovarci una mano. E mentre parlava tutto il resto continuava ad andare, a girare. Forse anche più veloce. Le persone. Così le auto. E pure il 15.
Sono un pittore. Disegnerei un quadro per te.
E mi disegnò una bugia. O forse la sua vita. Forse la mia.
Parlava e trovava a non saper più descrivere un’identità, la sua. Tratteggiare contorni solo attraverso un confronto, stabilire confini e limiti solo coi dubbi.
Lo so che i problemi sono altri. Eppure neanche un rhum al miele è riuscito a farmi dimenticare. Lei sapeva esattamente che corde pizzicare, e io non avevo idea di come evitare di inciamparvi, in quelle corde. Pensavo di sbagliare. E mi sbagliavo.
A ogni sorso bruciava un pezzo di angoscia, ad ogni sorso strizzava la solitudine, ad ogni sorso puliva quello scafandro in cui si era arenato e che nascondeva ogni curva del suo corpo, dalla piega della bocca, al mento, al sopracciglio, alla fronte.
Dicevo che non sarei più stato un tappo di sughero galleggiante su tutta quell’acqua. Che sarei andato a fondo. E quando dicevo tutto questo non sapevo ancora che l’avrei fatto, per davvero.
Io lo guardavo come si sta a guardare un vecchio pazzo. Tentavo di capire se fosse consapevole di quel che gli usciva dalla bocca o se fosse il rhum a far scivolare quei pensieri sulla sua lingua o se le dicesse per il gusto solo di far impazzire me.
Ascoltami, bambina, le fette di pane di Alonzo sono più buone di quelle che fa l’uomo che vive affianco alla mia porta. E la Signora Chicco di Mais corre piano che il sole scotta e qui mangiano pop corn. E poi se ti passi un dito sulle pieghe del sorriso gli uccelli neri fuggono da una tazza di esuli pensieri.
È difficile stargli dietro.
Capisci? Un passo troppo lungo e la gamba si accorcia per compensare.
Avevo un wafer con cui suonare un violino. I wafer sanno di alemanno e ho sempre voluto credere che i tedeschi ci capissero qualcosa, almeno di violini. Sono precisi, loro. O forse quelli precisi sono gli svizzeri? Così precisi che se sbordi un po’ il cucù non canta più, al massimo suona una carica neanche troppo convinta.
Spendevo le notti per farle più lunghe, tiravo il sipario solo per nascondere una scenografia che andava consumandosi, con i colori che si sbiadivano e i costumi in scena che ammuffivano. Poi mi sono accorto che quel che davo tornava indietro. E io non ho mai imparato a riafferrare i boomerang. Così a furia di sbattere il naso mi si è appiattito, vedi?
Signore, scusi, ma io devo andare. Mi aspettano a casa.
Ecco,cosa manca. Il tempo. Il tempo delle piccole cose, il tempo per fare due parole.
E nel frattempo si incamminava, scuotendo la testa e borbottando qualcosa. Mi sono chiesta chi altro avrebbe fermato e chi altro, come me, avrebbe pensato che la madre dei folli ne caga uno ogni santo giorno.
Le code del suo cappotto sbattevano, come due ali pesanti, a causa del vento. Un vento che solo il cielo sa come facesse a non cadergli quel bel cappello.