martedì, 27 marzo 2007

Il futuro si costruisce un giorno per volta.
Dean Acheson


Del doman non v'è certezza.
Lorenzo de’ Medici

Accendiamo il presente per illuminare il futuro.
Enel



Di solito quando si favoleggia di progetti futuri, questi vengono indistintamente e, alle volte spudoratamente, presi a calci nel didietro. E parliamo di scarpe con la punta. Da far la fine della gallina della barzelletta che stava drittadrittazittazitta solo perchè le avevano messo un dito proprio lì, nel pertugio.

Forse questa vuol spacciarsi per una forma scaramantica. In realtà riportiamo tutto al fatto che il progetto sta andando formandosi e che parrebbe poco rispettoso parlarne  a vanvera. Quindi chi vuol esser lieto sia, per il resto sono disposta a porgere una pacca sulla spalla, che qualcuno qua deve pur tentare una qualche parvenza di serietà.

Ma alzando un sopracciglio ( uno solo perchè l’altro è ininarcabile* ), un pò tra lo stupore e il disprezzo per la mia scarsa forza di volontà e furbizia anti-scaramantica butterò lì un paio di parole. Totalmente a caso. E in ordine sparso.

Praga.
Salute.
Esami.
Tim Burton.
Foto.
Riprese.
Montaggio.
Capelli lunghi.

Ora associamo un’altra serie di parole a quelle suddette, ma solo per evitare che si vengano a creare pensieri plausibili come “ andrò a vivere a Praga, perchè gli esami sulla mia salute consigliano una città magica come le atmosfere dei film di Tim Burton. Lì, mi diletterò di foto, sempre se non riprenderò a montarmi dei capelli per averli più lunghi.”

Viaggiare.
Dormire.
Da passare.
Tesi.
Corso.
Da fare.
Imparare.
Implica farli crescere.

Tabella di marcia chiara come una sambuca. Dal gusto pulito come un scotch. Buona qui e buona qui come un tè.

Ora si tratta solo di spuntare. Spunt spunt.



Finchè c’è vita c’è speranza.
Cicerone


Pel quanto lunga sia la veste della tua vita, non supelelà la statula della tua spelanza.
Proverbio cinese


Una pallida luce in fondo al tunnel sembra accendersi... speriamo che non sia il treno.
Anonimo


 


*
Oggi, con l’aiuto della Forza e con l’incitamento del Gringo ho tentato di sollevare anche l’altro. Ma no. Niente da fare. Per quanto io provassi a pensare cose orribili, cose stupefacenti, cose solo per trovare la concentrazione necessaria, lui non ha visto nessun miglioramento. Nemmeno millimetrico. Da lì nun se pò schiodà! Consiglio?

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mercoledì, 21 marzo 2007


La Musique des Puces

L’ho incontrato svoltando un angolo. Io ascoltavo musica più che il grigiore del tram prodotto dallo sfregare con le rotaie. Ferraglia. Mi sentivo i capelli più lunghi del solito e l’aria ci si infilava. Non era il suo solito modo di fare. Era calda e mi circondava di primavera.
Aveva gli anni calcati sotto agli occhi e strizzandoli sembrava che avessi potuto perdermi in quel labirinto di ricordi. Ha abbassato il cappello prendendolo per la tesa. Un signore, ho pensato. Si è appoggiato fermamente al bastone, come a trovarci una mano. E mentre parlava tutto il resto continuava ad andare, a girare. Forse anche più veloce. Le persone. Così le auto. E pure il 15. 

Sono un pittore. Disegnerei un quadro per te.

E mi disegnò una bugia. O forse la sua vita. Forse la mia.

Parlava e trovava a non saper più descrivere un’identità, la sua. Tratteggiare contorni solo attraverso un confronto, stabilire confini e limiti solo coi dubbi.

Lo so che i problemi sono altri. Eppure neanche un rhum al miele è riuscito a farmi dimenticare. Lei sapeva esattamente che corde pizzicare, e io non avevo idea di come evitare di inciamparvi, in quelle corde. Pensavo di sbagliare. E mi sbagliavo.

A ogni sorso bruciava un pezzo di angoscia, ad ogni sorso strizzava la solitudine, ad ogni sorso puliva quello scafandro in cui si era arenato e che nascondeva ogni curva del suo corpo, dalla piega della bocca, al mento, al sopracciglio, alla fronte.

Dicevo che non sarei più stato un tappo di sughero galleggiante su tutta quell’acqua. Che sarei andato a fondo. E quando dicevo tutto questo non sapevo ancora che l’avrei fatto, per davvero.

Io lo guardavo come si sta a guardare un vecchio pazzo. Tentavo di capire se fosse consapevole di quel che gli usciva dalla bocca o se fosse il rhum a far scivolare quei pensieri sulla sua lingua o se le dicesse per il gusto solo di far impazzire me.

Ascoltami, bambina, le fette di pane di Alonzo sono più buone di quelle che fa l’uomo che vive affianco alla mia porta. E la Signora Chicco di Mais corre piano che il sole scotta e qui mangiano pop corn. E poi se ti passi un dito sulle pieghe del sorriso gli uccelli neri fuggono da una tazza di esuli pensieri.

È difficile stargli dietro.

Capisci? Un passo troppo lungo e la gamba si accorcia per compensare.
Avevo un wafer con cui suonare un violino. I wafer sanno di alemanno e ho sempre voluto credere che i tedeschi ci capissero qualcosa, almeno di violini. Sono precisi, loro. O forse quelli precisi sono gli svizzeri? Così precisi che se sbordi un po’ il cucù non canta più, al massimo suona una carica neanche troppo convinta.
Spendevo le notti per farle più lunghe, tiravo il sipario solo per nascondere una scenografia che andava consumandosi, con i colori che si sbiadivano e i costumi in scena che ammuffivano. Poi mi sono accorto che quel che davo tornava indietro. E io non ho mai imparato a riafferrare i boomerang. Così a furia di sbattere il naso mi si è appiattito, vedi?

Signore, scusi, ma io devo andare. Mi aspettano a casa.

Ecco,cosa manca. Il tempo. Il tempo delle piccole cose, il tempo per fare due parole.

E nel frattempo si incamminava, scuotendo la testa e borbottando qualcosa. Mi sono chiesta chi altro avrebbe fermato e chi altro, come me, avrebbe pensato che la madre dei folli ne caga uno ogni santo giorno.
Le code del suo cappotto sbattevano, come due ali pesanti, a causa del vento. Un vento che solo il cielo sa come facesse a non cadergli quel bel cappello.

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venerdì, 16 marzo 2007


3 metri sopra il cielo ormai c’è troppa gente, non trovi?


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Mi sono mai sbagliato?

...i matrimoni non contano.


Era convinto che si potesse viaggiare attraverso il tempo. Così il dottor Samuel Beckett entrò nell’acceleratore e svanì. Si accorse di trovarsi nel passato e guardandosi allo specchio vide una faccia che non era la sua. Era spinto da una forza sconosciuta a modificare in meglio gli eventi. La sua unica guida era Al, l’osservatore del progetto, che gli appariva nella forma di ologramma che solo lui, il dottor Beckett, poteva vedere e sentire. Intrappolato nel passato, Samuel Beckett salta di vita in vita, aiutando coloro che si trovano nei guai e sperando ogni volta che il suo prossimo salto... sia verso casa


Parte della mia infanzia è stata segnata dal mito di Quantum Leap. Fino a poco tempo fa (mi imbarazza dirlo) l’avevo completamente rimosso, ma ora… sono tornati! Sam e Al. Uau. 

Un po’ critica come situazione, quella. Insomma, a  me romperebbe un sacco rivivere le sfighe dei personaggi in cui il nostro eroe si “incarna”. Oggi sono polemica e dico che ognuno dovrebbe risolversi i fatti suoi da solo.  Ma lui c’aveva lo spirito da buon samaritano e, allora, chissenefrega di quello che penso io.

Tutto sommato ho sempre provato una sorta di stima per quell’uomo che parlava con un ologramma e amava cambiare tono di voce quando diventava una donna [ e tutto per essere  più credibile, non so se mi spiego, un genio, un genio!].
Sono rimasta sconvolta più volte dalla sua caparbietà e dal suo coraggio, faceva cose che le persone comuni e plebee non ce la farebbero mai. Nà, nà.

E Al, beh, mi ha sempre lasciato senza parole. All’inizio mi era oscuro, sebbene entrante in scena tramite passaggi inter-tempo-spaziali irradiati di luce alogena nonché cancerogena. Poi, con l’allegrezza dei tempi andanti, la nostra convivenza, come le migliori, s’è stabilizzata in un rapporto di fiducia per cui ero sicura che prima o poi così come appariva sarebbe scomparso. E la cosa mi rassicurava alquanto.

Ziggy, come dimenticarlo? Il sogno della maggior parte della popolazione umanoide è quello di interloquire con un palmare di vecchia generazione che sa tenere discorsi impegnati oltre alle note di agenda.

Per ovviare al problema de “la storia me la raccontano i grandi, ma sono poi i piccoli a farla”  non mi si è mai visto l’aitante protagonista in versione vip, lui si dava alla quotidianità, al vivere dei sobborghi, per capirci. Non avremmo potuto immaginarcelo in versione Elvis, Kennedy, Yeats, Thatcher. Eravamo un po’ sul piano del buonismo americano che rivaluta i piccoli per esaltare i colossi. Quante guerre s’è sparato il nostro eroe?  Mutilazioni, infermiere, esplosioni. Quanti pazzi, vagabondi, mafiosi, donne di malaffare, cowboy, etc ha incrociato lungo il suo cammino?
Non venite a dirmi che non si è prodigato per la nostra generazione.
Se lui e MacGyver si fossero messi d’accordo, mandando a stendere Al e Pete , probabilmente avrebbero potuto rendere il mondo migliore.

Io, con lo spirito gaudente che, in questo momento, mi contraddistingue, sono dalla loro.

E chi non ci sta peste lo colga.



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mercoledì, 07 marzo 2007



E tu, ti perturbi?

Pezzi di perturbante, oggi.
Freud ne sapeva una più del diavolo, ma lo temeva, come fosse un suo paio di calzini usato. E non che gli si possa dare troppo torto (c'ha la faccia di un puzzone). Insomma, mettiamoci nei suoi panni, sperando che almeno quelli se li sia cambiati, un sigaro tra le dita e volteggiamolo in aria con fare saccente.
Swap swap (onomatopeico volteggiare di sigaro).
È tutta questione di evirazione. Ma parliamoci chiaro, ricondurre sempre tutto alla fifa inconscia di perdere i gioielli di famiglia per la strada è una cosa penosa.

Che poi ti ritrovi come un mio amico a disegnare attributi stilizzati sui banchi delle biblioteche. E così dopo essersi rovinato la vita, e aver contribuito a deviare anche quella del suo prossimo, ricercando in ogni singolo gesto umano un po’ di perversione e in ogni essere animato e inanimato una qualche discutibile forma fallica, il caro Sigmundo ha ben pensato di regalarci perle di saggezze sul perturbante. Questione interessante, peraltro. Che con l'estetica fa un pò a cazzotti, ma non importa, io voglio crederci, sì.
Eppure...
Caro, o mio caro Sigmundo, perdona la franchezza, sebbene io ti trovi molto arguto e pure uomo di siffatta cultura, quando tu mi tiri fuori la storiella del Mago Sabbiolino* di compare Hoffman, spiegandomi che la paura di perdere gli occhi è sicuramente simbolo di arcaico terrore che il primo che passi per strada abbia la premura di tagliar via tutto l'impianto, a me si installa una latteria alla base della rotula destra, mentre a sinistra si va edificando un caseificio. Eppure stavi andando così bene. Pebbacco.




*Mago Sabbiolino : uomo brutto e cattivo paragonabile al nostrano Uomo Nero, ma molto più infame. Il mostride paventava di gettare sabbia negli occhi di quelle anime infanti che non avessero voluto appropinquarsi al sonno notturno. Tutto quello strabordio di materia silice avrebbe portato alla fuoriuscita degli organi in questione dalla cavità oculare – bleah – coi quali, l’essere infido, avrebbe sfamato i suoi piccoli. [Pezzente, ma vai a lavorare!]



postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 21:47 | link | commenti (11) | commenti (11) [popup]