mercoledì, 27 giugno 2007

La via delle Anne






C’era questo paesino. Ma non era un paesino vero e proprio, non faceva neppure comune. Una lunga strada centrale serpeggiava tra le case che, da sempre presiedute da vecchini seduti sulla di loro porta, si accatastavano sul bordo asfaltato di quella pista per biciclette, piedi ciabattanti e trattori.

Un paesino che era tutto un interni della via principale. Una cosa alquanto comune nei piccoli centri e allo stesso tempo parecchio irritante.
In principio era una questione di micro-patriottismo, per cui rivendicare un nome specifico al proprio personale e dei vicini adiacenti spazio vitale era cosa buona e giusta; poi ci si mise di mezzo il nuovo postino che, incapace di raccapezzarsi sul numero 10/6 c della via principale diede adito a nuove diatribe tra l’utenza delle Poste e il Comune di riferimento che aveva stabilito
la disposizione inusuale degli interni.
I paesani non erano persone dalle bizze facili, tutt’altro. Gente di campagna che ben altro aveva cui pensare.
Ma buon pane poteva sembrare per i denti delle loro consorti.

E così un giorno, le 4 Anne, vispe come api pronte a raccogliere la prima fioritura di pettegolezzi, tutte gaie e rubiconde, si diedero appuntamento all’angolo della viuzza che si affacciava su 5 case rassettate e dal bell’aspetto, con il ruscelletto di asfalto che le divideva dall’altro lato della strada, dove erano sempre soliti parcheggiarsi i giovini portatori di ormoni febbricitanti della comunità.
Così, mentre da un lato si levavano i primi fumi adolescenziali, si abbozzavano le prime pomiciate, dall’altro una nube di chiacchiericcio coccodeoso riempiva le ore che si piegavano a ritmo del sole.

Disposte come pezzi di un tetris, le 4 stavano sedute sulle loro sediole, sventolando ventagli e spandendo nell’aere quei profumi di passata di pomodoro e eau de toilette con i quali usavano adoperarsi prima di incontrare le amiche. Non fosse mai che un tirabaci uscisse dalla cuffietta tanto ben disposta sulla testa fresca di parrucco, che un rossetto vermiglio stonasse con le ciabatte da cortile o che le mani non fossero state immerse in una soluzione di bicarbonato per assuefare il rossore dovuto ai lavori domestici.
Di cotanta lena che adoperavano nell’affaccendarsi in casa si vantavano tra loro, per quella torta così ben riuscita e la marmellata di prugnoli così poco traballante.

Ma a ben dire, era poi sempre il solito problema quello che le affliggeva con così tanta pena. Che dopo aver a lungo discorso sull’ultimo paio di cervi a primavera dei paraggi, dell’ultimo abitino adocchiato sulla Teresa o dello smalto beige tono su tono col colorito della Giovanna, c’era più ben poco che poteva dar loro aria alla bocca. E così si trovavano a invidiare ferocemente le comari della strada principale, che ricevevano puntualmente al loro semplice indirizzo, una volta a settimana, il frutto del loro abbonamento al femminile di turno.
E quelle zotiche sì, che avevano argomenti acculturati e di gran spessore intellettuale sul quale soffermarsi.
A differenza delle 4 gentildonne costrette dal loro indirizzo sconveniente a evitare di rischiare in un abbonamento buttato al vento per colpa delle difficoltà postali nell’adattarsi a quel tal caos di numeri civici, di cui anche le 5 case della viuzza soffrivano.

Scattò così la molla. O meglio la molletta. Probabilmente per dilatazione di qualche materiale plastico, si staccò dal filo della biancheria stesa proprio sopra le teste delle crucciate casalinghe e finì, per non si sa quale scherzo delle traiettorie e prospettive, sulla testa di una delle Anne. Colpita come da una folgorazione, la madama ideò così una soluzione per la di loro critica situazione.

Ancora oggi passando in quel paesino gaudente e silente della campagna, dove a tratti si distinguono falciate d’erbe e galli cantare all’inseguimento di cocche di bianco piumate, si può scorgere all’angolo della viuzza, dove sempre si trovan le massaie di cui ho raccontato, un’insegna color panna e bordata di cremisi sulla quale si stende come dipinta da mano sapiente Via delle Anne.





Ma sempre beandosi di quella che quasi pare un’opera d’arte in quel paesotto di vecchi mattoni aranciati e calcinacci che cadono a pezzi, si può notare appena un po’ più sotto un altro cartello.
Bianco.
Scritto a pennarello da mano incerta, ma risoluta e ricca di cipiglio.
E Enza.

"Perchè col cavolo che mi faccio mettere i piedi in testa da quelle quattro vicine barotte delle balle, io.
Pasquàààà, si fredda la cenaaaaaa
"

postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 04:29 | link | commenti (24) | commenti (24) [popup]
domenica, 17 giugno 2007

Un lungo scritto per una lunga giornata

    


 
Delle telefonate ricevute per avere mie notizie, tutte, tranne quella di mammà,  hanno rimarcato la seguente convinzione: “ Ma che sfiga. Si vede che te l’ha tirata!”.

Ebbene, sì, credo di sì.

Perché non è possibile che, nella estiva (estate = caldo, sole, mare) giornata di ieri (perché ieri e non domani?), abbia preso vita, in seguito ad una grandinata (ripeto, estate = caldo, sole, mare), una tromba d’aria (una tromba d’ariaaaa?) , proprio  a mestre (ma mestre fa provincia?), proprio in un parco che pare dimenticato da tutto e tutti (precisiamolo!), proprio lì dove c’erano piazzate le varie torri e torrette per diffondere la musica attorno ai palchi.

 
Il caso ha il gusto del complotto.


 
Adesso, pure i cataclismi naturali.
Insomma, che loro (Loro) ci fossero avvezzi, tra meteoriti apocalittici e tsunami anfetaminici, questo si sa.
Ma io, che conduco una vita semplice, ora, resto solo più a spulciarmi di dosso una colonia di domande a senso unico.

Da quanto aspettavo questo concerto? [troppo].
Quanti elementi esterni hanno tentato di infangarlo? [ qua il numero s’abbassa decisamente, ma si sa che quel che conta è la qualità ].
E quanto avrei avuto bisogno di caricare le mie batterie (che giappiù le duracell superalcaline ++ mi bastano. Il coniglietto rosa, ormai,  mi semina dopo 10 metri) in vista della torrida e orrida ultima corsa (librettosa, triennale e sociologica) che mi si prospetta innanzi?


Una, che poi sono io, dal nulla, riesce a organizzarsi una stupefacentevolmentebellissima giornata, tutta rock, con lo scopo di

-         Darsi in sposa ai front man di due dei più famosi gruppi mondiali del rock
-         Ballare e cantare a squarciagola fino a che non accompagnata all’uscita da due                 energumeni di nome Gianni e Pinotto
-         Approcciare scambi culturali di solido interesse con sconosciuti
-         Dare sfogo alla propria proverbiale simpatia e considerevole avvenenza con le di poco nuove conoscenze
-         Sottolineare come tutto giri per il verso giusto
-         Avere qualcosa da raccontare ai nipotini ( Nonna, ma chi è quel signore, nella foto, con la bocca tanto larga?)
-         AmmirarLi, strabuzzante e sull’orlo di una crisi di astinenza

 
Che poi, dico io, aerosmith & smashing pumpkins… ma quando mai, una prossima volta, ancora , in un colpo solo?
 
Vero che le vie del signore sono infinite, ma a sto punto inizio a pensarla come il vecchio Holy Joe (che più che altro mi paiono impunite).

E poi Steve e gli altri sono lì lì per schiattare, forse non li vedrò mai suonare dal vivo.
E Billy è da sempre emaciato, per quanto riuscirà a non farsi inghiottire dalle sue affatturanti occhiaie?

 
Eppure, nonostante,
abbia guidato per 800 km in un giorno,
sia distrutta dal dolore per il mancato incontro
e un paio di disgraziati mi abbiano chiamato solo per sottopormi al loro evidente sollazzo dovuto all’accumularsi di sfighe cosmiche sulla mia capa,


Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere.


Per cui, viva Verona, città ospite di profughi rockeggianti, che con i suoi balconi, i gradoni arenici (?) e le viuzze ammorbatrici di serenità è riuscita, tutto sommato, a regalare speranza e ottimismo per il futuro (prenderò esempio da Cagnolo Nogarola, che non s’è lasciato abbattere manco dal suo, diciamo, nome).


Ricapitolando
sono stanca, sicuramente a lungo amareggiata, ma, per altri versi, sto bene.

 

postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 03:19 | link | commenti (20) | commenti (20) [popup]
giovedì, 14 giugno 2007

Narghileggiando






Parafrasando L’Indiano :

Andrò in paradiso.
E lì, tra nuvolette pompose e intunicati muniti di aureola, circondato da sola musica lirica, non potrò neanche dire “voglio morire”.


So...Let’s rooooock!


[-2]


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lunedì, 11 giugno 2007

Mia nonna.

Mia nonna abita a casa mia. Da sempre, credo.
Ha una settantina d’anni. È una di quelle donne che definiscono arzille. Non lo so chi la definisca così, ma sicuramente chi non ha argomenti come la pace nel mondo, la prossima caduta di un meteorite sulla terra o le sue ultime sfighe amorose lo avrà detto almeno una volta.
Mia nonna è sempre in giro. Che sia per il paese, che sia per l’Italia o per l’Europa. È una donna di mondo e probabilmente, potesse, girerebbe sempre in bicicletta. Una-molto-scassatissima bici.

Poi c’è la mia vicina di casa. E non aggiungo altro. A parte questo.

 

Ciao Vicina di casa, come stai?

Eh, Nonna di giolee, sapessi..

Cosa è successo?

È un mese che non vado di corpo.

Oh cielo, e cosa ti hanno detto i medici?

Eh, sai, mi hanno fatto una rettoscopia.

Oh, povera. E cosa ti hanno trovato, alla fine?

Eh, nonna di giolee.. m***a. Ero piena di m***a.

 

Queste conversazioni non dovrebbero mai avvenire tra signore di un certo stampo.


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 17:42 | link | commenti (19) | commenti (19) [popup]
mercoledì, 06 giugno 2007

*

 


Quelle gelaterie che hanno il gelato alla menta verde.

Mumble mumble.

Tu lo sai, no, che se è verde è perché lo colorano, giusto? Perché se lo fai con l’olio di menta quello non può essere verde. Perché l’estratto è incolore.

Perché dover far apparire una cosa come non è in realtà?

Sai cosa comporta, questo? Che quando vai in una gelateria che ha la menta senza coloranti* e ti presentano un cono “cioccolato e menta, per favore” si ha un moto di fastidio nel vedersi arrivare un apparente cono non avevo mica chiesto fiordilatte e cioccolato”.

E spesse volte, se incontri una gelataia con treccine scomposte, nascoste sotto un orrido e invernale cappellino marchiato “agri”, rischi di farle venire un embolo dalla rabbia se, ogni volta, ti lamenti di quello che ti pare un disguido, un'incomprensione, una difficoltà di comunicazione.
E noi non vogliamo questo. Nu nu.



Io credo me lo tatuerò, in fronte : “il gelato alla menta è naturalmente bianco”. Fesso.


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sabato, 02 giugno 2007



Certe cose le senti venire,
non è che ti innamori perché ti innamori,
ti innamori
 perché in quel periodo
 avevi un bisogno disperato di innamorarti.
 Nei periodi in cui senti la voglia di innamorarti
devi stare attento
 a dove metti piede:
 come aver bevuto un filtro,
 di quelli che ti innamorerai del primo essere che incontri.

 Potrebbe essere un ornitorinco.

[Il pendolo di Foucault - U.Eco]


 

Al prossimo giro, allora, mi toccherà un bradipo. Mioddio.


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 16:21 | link | commenti (25) | commenti (25) [popup]