Il caffè è un po' come il cibo. Simbolo di aggregazione da che l'uomo contemporaneo ne ha memoria, ci si può sempre trovare per una tazzina dell'amato concentrato di gusto e polvere e acqua.
Di caffè ne ho bevuti tanti. E ne ho messi su molti.
Da piccola aspettavo la domenica mattina per preparare la moka ai miei genitori (tutti vorrebbero una figlia così.. così rompipalle da scocciarti pure all'alba di un festivo).
Ho continuato, poi, presa dal fervore giovanile, al banco della gelateria. Dopo anni di contrasti pure il macchiato mi viene bene. Una certa soddisfazione.
Sedersi ad un tavolino davanti ad un caffè è un'ottima scusa per rivedere un'amica dopo tanto tempo, per fare una pausa, per provarci, ma discretamente, per sdebitarsi a basso costo, per dare una sveglia al proprio stato comatoso, per introdurre un discorso antipatico o per farsi passare una ciucca alla svelta.
Adoro quelle conversazioni, poi.
Tirano fuori il meglio di tutti, ci si sa spogliare di dignità e di pregiudizi, di intelligenza e di paranoie. Per cui ordinatelo consapevolmente. Non come me, che poi i risultati si vedono.
Sempre burrosa e tonta, la cameriera di latte con gli occhi di anice, nel frattempo si appresta a spazzare via i resti di quel che rimane di una bustina di zucchero di canna attorcigliata su se stessa. Lo sguardo è tra il discreto e l’accigliato.
Bella, la bustina. L’hai ridotta proprio male. Nervosa?
Avessi una bottiglia di birra l’avrei già scartata dalla sua etichetta e ti saresti perso in disquisizioni su una mia probabile repressione a livello sessuale.
Ho questa passione insana per la psicologia spicciola.
I tavolini strattonati tra uno spiraglio e un’ombra. Senza sole almeno non si evapora.
Oh, non le sopporto. Mi ci viene proprio un prurito da orticaria.
Ma, poi, in fondo, le bionde naturali non ne possono niente.
Già. Loro ce l’hanno scritta nel dna, l'infamia, e più di tanto non ci si può stare a fare.
Facile vedere qualcuno sollevare i capelli che battono sul collo accaldato. Si prendono quelli che crescono affianco alle orecchie, si portano indietro come a carezzare l’idea di un po’ d’aria che andrà a soffiarsi sulla pelle. Poi si portano quelli dietro all’insù. Una giro veloce di mano e l’elastico è bell’e’chè piazzato. Fresco.
E sto tizio? Alla fine quanti anni c’ha ?
4 o 5 meno di me.
Ehilà, in proporzione siamo quasi ai livelli della Clerici.
Già. Uguale uguale.
Beh e come hai risolto?
Diciamo che giocarsi la carta età ha avuto i suoi frutti. La vecchiaia toglie tutta la carica erotica latente.
Più che altro sospetto che non troverò mai una via di mezzo. Pare che troppo vecchi o troppo piccoli siano tutti pieni di problemi. Che manco un ritiro in Tibet potrebbe essere d’aiuto, che pure lì c’è da far attenzione ai monaci.
Proprio così. Ci pensavo ieri e mi dicevo ecchèpalle...prima l'adolescenza e sono in crisi. Poi l'ingresso nel mondo degli adulti e sono in crisi, poi la crisi dei trentanni, poi quella di mezza età...
Ogni scusa è buona per non essere uomini.
Sistemandosi il Drum sulla cartina, si dipanava, inevitabile, una dispersione di filamenti di tabacco. Dannazione. Pure il vento. Di quelle estati calde, afose e con sole sterpaglie rotolanti per la città, che si fa vecchio west, non se n’è sentito parlare più.
Vieni a tirare di bamba con the King?
Scherzi? Ma chiedi a me?
No, scusa ho sbagliato. Comunque vuoi venire a tirare di bamba prima che finisca?
Ma insomma. C’ho qualche pensiero sfavorevole a proposito. Sono una brava ragazza.
Non puoi fare per tutta la vita la sinistrata politicamente corretta. Devi cominciare a farti.
…
E a farti tipi che non sono dei rastafariani. Brutti, per di più. Forse tu tiri già più di tutti.
Giocherellando coi tastini ergonomizzati sulle dita ristrette, pare non abbia mai fatto altro che mandare sms per una vita intera. L’eleganza della corsa contro i minuti e i secondi e i decimi è palpabile.
Ma cos’hai? Vodafone?
Sì, perché?
Hai fatto la promozione per i sms gratis?
Lasciamo perdere. Avevo tariffe fantastiche, alla you and me, per capirci. Ma adesso lo you si può fottere.
Quando ci si ritrova dopo l'estate, impossibile non tirare le somme delle vacanze altrui.
Ti immaginavo lì, al mare, con una birra in un mano e una sigaretta nell’altra. E poi.. ma.. non so, mi facevi molto personaggio alla Hemingway. Tipo il vecchio e il mare.
Eh.. sarà che mi piace il pesce.
Non si comprende mai qual è la prima necessità che abbia senso di esistere se nonché questa ti viene a mancare. Briciole di saggezza.
Allora? Hai trovato il pane arabo al supermercato?
Niente più pane arabo. Che palle! Va via come il.. pane.
Poeta fumato e sistemato su basi molto hippoppe o reggaettanti, il caffè lui non lo beve mai. Nessuno è perfetto.
E ho scritto questa canzone senza donna...divento un Leopardi del cazzo.
Beh se ce l’avessi non l’avresti scritta così bene.
Eh...per quello...Leopardi, Dante, Petrarca... non trombavano, ma scrivevano da paura.
L’uomo che aggrappato alla luna stava lì, penzoloni, aveva tremila metri di sorrisi.
Tratteneva a stento il suo ego in una scatola rosa, posta dietro una pila di libri sul comodino, proprio accanto all’abat-jour color pesca che ogni sera illuminava di bianco la luna. Una bella scatola, davvero. Vi erano calcati sopra ricordi importanti, trattenuti poi con un nastrino di raso blu.
Non era abituato a provare alcunché se non un brivido freddo che seguiva la frescura della notte e si impediva all’alba.
Restava impassibile e tratteneva litri e litri di rimpianti.
E di rimpianto in rimpianto, la pancia sua si gonfiava, una piccola mongolfiera dall’ombelico della quale si disponevano a raggiera fasci di colori stonati con la notte.
Poi, pensò che sarebbe stato utile per la sua scogliosi cambiare posizione e allora voltatosi dall’altra parte cominciò a piluccare con gli occhi nuovi pezzi di cielo. E a quel punto si accorse di lei.
L’uomo che stava aggrappato alla luna moriva d’amore per la signorina seduta sulla stella del mattino. Persa in quel pezzo di cielo oscuro fino ad allora, lei appariva quando lui ormai doveva spegnere la luce. Così, tutti quei suoi metri di sorrisi si riducevano sempre più e gli occhi gli si facevano oltremodo ombrosi.
Ormai conosceva a memoria quelle notti fatte di un'attesa buona a nulla.
Non c’era modo di avvicinarsi, e non faceva che ripetere come fosse tutta una questione di tempistica mancata: quando c’era uno non c’era l’altra e via così, tra scie di aeroplani e altri sberluccicanti e invadenti corpi celesti.
Poi, come sempre, giunse il giorno in cui, una per una, vengon giù con fragore di piume.
E così, dopo essersi data una scrollatina, anche la signorina seduta sulla stella del mattino improvvisamente cadde. Come una ballerina leggera, scivolava giù, tra le nuvole fumose color carta da zucchero.
Quando passò davanti all’uomo che stava aggrappato alla luna pareva quasi si sovrapponessero, come se ci fosse scappato un bacio vaporoso che di arrivederci non sapeva un granché.
Gli stava negli occhi, lei, e spariva d’un tratto, poco più in là.
Dopo essersi messo un capello a cilindro tutto sbeccucciato e un papillon amaranto in tono con la palandrana di panno scuro, staccando tutte le stelline a lui accanto e poggiandole sul bavero, iniziava a cantare.