lunedì, 11 febbraio 2008

Have a nice drop n°1




Mai iniziare una storia senza un personaggio d’effetto.


Trarre ispirazione dal vero può essere una sorta di tagliacarte affilato: permette con facilità di sviscerare il contenuto di una busta che a furia di aspettare sul comò s’è inzuppata di polvere. Più complesso, invece, elaborare caratteri con la sola fantasia dispostaci geneticamente e sviluppatasi in questo andirivieni asmatico detto vita, senza l’ausilio di stupefacenti o di percentuali da coma etilico.

Così ho ben pensato di lasciar perdere le storie. Troppo complicate. Meglio i pensierini.

Ho conosciuto un tizio che parlava per brevi frasi, citazioni o aforismi. La cosa all’inizio mi aveva fatto ridere perché io non avevo mai incontrato nessuno che parlasse così, senza troppe pretese, con la convinzione che si potesse costruire una conversazione da stralci di pensieri. Le parole mantecate chissà per quanto tempo nella testa, solo a composizione sublime raggiunta, venivano ripescate, guizzando fuori dalla sua bocca e ossidandosi a contatto con l’atmosfera.
Sapeva parlare, quel tizio. E si poteva avere la netta percezione di assistere ad un momento catartico per il mondo intero quando proferiva verbo.

Qualcuno mi consigliò di non frequentarlo più, che il fantomatico mi avrebbe contagiato nel tentativo di limare le conversazioni al minimo in modo che le parole, quelle opportune, si facessero uniche portavoce di un pensiero aggraziato e non confuso o abbellito a sproposito.
Ma poi si sa come vanno queste cose. Ci si perde di vista, quel viso perde i margini e anche la voce si affievolisce, per quanto rimbombi da anni nelle orecchie. Ci si dimentica, infine.

Oggi riportate in una boccetta, le gocce del Signor Chichibiro si calibrano sull’unghia e si disperdono sotto la lingua dopo averla titillata.
Si consiglia l’assunzione amalgamata a una dose di poco buon senso, senza troppe pretese e con vedute ben allargate, ogni volta che è necessario e previa prescrizione della sottoscritta.





Goccia n°1.
Futuro? Il futuro si fa ben memori del passato. Niente uomini in nero a caccia di alieni, niente cervelli in vasche da bagno che governano il mondo (le vasche da bagno), né predatori in gemito cosmico usurpatori di galattici silenzi. Non ho la disponibilità mentale per elucubrare a tal proposito.
Il futuro non lo vedo, ma ne sento l’odore. Potrei aver dimenticato la nonna sul gas.

Goccia n°2.
Aver pensato di non aver sbagliato. Ecco, allora, dove stava lo sbaglio.

Goccia n°3.
L’abitudine è qualcosa di cui bisognerebbe quotidianamente disfarsi.

Goccia n°4.
Sesso, premi e convinzioni. Basta poco per darsi un tono.

Goccia n°5.
Ho bisogno di infinito in quanto tale. Di quella sua capacità di farti sentire vivo quando avresti tutte le motivazioni per pensarti morto.

Goccia n°6.
Sono attratta dal migliorarsi, dal soddisfare il proprio bisogno di elevarsi spiritualmente, intellettualmente e potessi anche fisicamente.



postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 00:56 | link | commenti (13) | commenti (13) [popup]
martedì, 05 febbraio 2008


Sleepy Hollow, ovvero il sonno della ragione






Il vuoto post-proclamazione si impossessa a spintoni del giubilare bagliore della votazione. Ma a strattoni, molestato dalla mia persona, si dilegua con fare imbronciato. Fatti più in là. Là. Là.

Ho sempre avuto una quantità spropositata di parole da esprimere, io. E non che l’abbia sempre fatto. Alle volte per pudore, alle volte per imbarazzo, alle volte perchè se dicono che il silenzio è d’oro ci sarà un motivo.


Sa, pensai di essere finita, quel giorno. Finita come libera pensatrice, intendo. Concentrare in qualche decina di ore tutti i termini più adatti a poggiare un senso su una tesi di semiotica, mi creò uno scompenso emotivo non di meno indifferente nei confronti della scrittura. Indifferente nel senso che ero diventata fredda, distaccata, disinteressata, menefreghista, insensibile, noncurante, impassibile, estranea, apatica.
L’imperturbabilità, ecco, è l’imperturbabilità che frega. Perché siamo fatti per essere turbati eppure non godiamo mai appieno di questa capacità. La trasformiamo in possibilità, privandocene, dandocela a gambe per lo più, perché a mettersi in gioco son dolori. E i dolori, mi scusi per l’eufemismo, ma san essere gran mazzate.

Cosa ho imparato oggi? Oggi ho scoperto una grande verità: una delle fortune più che immense delle donne è poter mettere i tacchi alti. Poter guardare il mondo da una prospettiva diversa.
Tutto il resto è fuffa, a ben pensarci, anche se l’aria lassù, devo ammettere, era parecchio rarefatta.







C’ho perso la testa. È rotolata con un’espressione burtoniana dipinta tra lo sguardo e le narici. Il ghigno era di chi l’aveva scampata ancora una volta. E poi dico solo 100.
Grazie Aquila di Ligonchio per aver fatto il tifo per me.


postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 05:16 | link | commenti (12) | commenti (12) [popup]