sabato, 24 maggio 2008

E tu hai mai letto Kundera?



Quanti mi dissero di leggerlo per avvenir di una qualche sorta di mutamento ed evoluzione intellettiva di me medesima.
Quanti con poca attenzione si premunirono di avvertirmi sulle fatalità che incombenti sarebbero precipitate su di me, sempre la stessa medesima.

Una giornata uggiosa ben si confà alla stesura di una riflessione imprecisa e disattenta sulle sensazioni che un libro porta. Perché si va ben al di là di un puro commento tecnico, stilistico, mistico: qui si parla di pensieri, opere ed omissioni che un dato testo porterà a compiere e non.

L’insostenibile leggerezza dell’essere
è quella che pesa, ammaccante, in modi diversi su di me, te e anche su di lui. Anche lei non ne è immune.

Corpi leggeri che si posano su corpi pesanti e troppo pensanti.
Un centinaio di ammucchi di termini che, a ben pensarci, ci si ritrova anche concordi.
Con Tomàs, con Tereza, Sabina, Franz.
Lui era un trovatore di donne, proteso alla ricerca dell’universo nell’amore fisico di una donna. Lei era quella qualunque donna che per forza di cose c’è rimasta. Lei era indispensabile, data dalla sostanza di un fantasma. Lui era quello che faceva l’amore con gli occhi chiusi.
Karenin è stato poi solo il riassunto di un giro di vite che sono state accompagnate invisibilmente e con tatto fino al punto.
Ma poi c’è molto di più, talmente tanto da dire che non mi ci perdo nemmeno un minuto nel tentativo. Ecco.

Smorzo così, piuttosto.
Su di lui non commento (ci sarà tempo per farlo innanzi), sgrano solo le orecchie alla vista della meraviglia.




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venerdì, 23 maggio 2008




Onicofagia: una storia irregolare
(e senza troppe pretese intellettuali)




C’era un uomo invischiato,
alla sua mente aggrappato
saldamente se ne stava
di soppiatto rimirava,
tronfio e pascio di sua stima
praticando con la lima,
il bel gruzzoletto che cavava:
“L’altva unghia, Signova cava”.
Maestro forbici e tronchesine,
smalti lucidi per signorine,
più perlati per le già canute
“Giammai si raggrinziscan da sedute”.

Presentandomi tutta fretta e pur di corsa,

s’apprese quando vide che m’ero pur morsa.
Dissi “Alfredo, la colpa non è sua,
m’hanno investito ed è comparsa la bua;
col su tanto fin intelletto per ben potrà capire
che tragedia quando l’ora della festa stava a venire”.
Di improvvisa disistima mi gettai su un dito
Piluccai dall’unghia finché non l’ebbi finito.

Il mestiere che con cotanta ricchezza lo premiò,

che si sappia che solo con lena e buona mano ci arrivò,
ora si fa mezzo di conquista
di una mano che degna s’esibisca.
Sia mai che il bel principe a chinarsi su di essa
Noti il dito tumefatto della fessa.
Mammina mia disse sempre a gran voce:
“Trattieniti figlia mia” facendo il segno della croce.
Mai soddisfazione a darle riuscii,
perì poveretta tra una camel e sommessi fruscii.
Il dottor Zibaldone indispettito mi fece:
“Per non mangiar cospargi lor di pece”.

Inutili consigli, trattamenti olezzosi,

prozac, ansiolitici e smalti velenosi.
Il dito finì, molliccio e intorpidito, sul calar della sera
Nonostante gli ammolli nella di Alfredo acquasantiera.
Nove dita ad indicare
l’impossibilità del maturare,
uno, invece, senza gusto e pur di schifo,
sulla mano stava pari ad un lombrico.




postato con gaudio e giubilo da: giolee alle ore 00:39 | link | commenti (3) | commenti (3) [popup]